DOPO IL VOTO – 2

DOPO IL VOTO

prosegue il dibattito

con gli interventi

di Vittorio Marletto, Guido Tampieri, Roberto Tomesani, Paolo Galletti.

 

Frana Verde

LA FRANA VERDE

di Vittorio Marletto

L’Italia è al centro del Mediterraneo che a sua volta è uno dei luoghi più colpiti dal cambiamento climatico sia oggi che in prospettiva. Temperature inusitate, scioglimento dei ghiacciai montani, crisi idrica permanente, precipitazioni fortissime, alluvioni e dissesto generale del territorio, con ripercussioni evidenti sull’agricoltura e la salute sia umana che della natura in generale.

L’Italia è però anche il paese che peraltro avrebbe modo di guidare l’Europa verso la lotta alle emissioni di gas serra che provocano il cambiamento climatico, dato che è il paese del sole (e anche del vento in molte zone e regioni). Invece è succube delle industrie fossili e consuma grandi quantità di gas petrolio e carbone di cui produce solo minime quantità.

I cittadini pagano questa situazione con prezzi altissimi in vite umane denaro e perdita di servizi ecosistemici (aria e acqua pulite suolo fertile tanto per fare esempi).

In tutto questo parrebbe evidente lo spazio per un movimento politico o partito che lotti su questi temi e porti la voce dei cittadini e della natura nei centri del potere politico democratico locale nazionale ed europeo.

Invece i verdi italiani non esistono più, i giovani nemmeno sanno cosa siano e li confondono con la lega (testimonianza personale).

È del tutto evidente l’inadeguatezza politica e l’incapacità di comunicazione e leadership di chi al momento “guida” quel che resta del partito verde. Lo scollamento tra gli italiani e questo partito ignoto lo dimostra. Il logo dei verdi affogato in una coalizione raccogliticcia, alleata al peggiore leader mai visto a sinistra, un vero nemico del clima e difensore a spada tratta dei petrolieri, sparisce nel 2018 in un angolino invisibile della scheda elettorale e con esso spariscono anche i voti e la possibilità di dire la propria e far sentire la voce della crisi naturale e ambientale in parlamento.

Decisioni sbagliate prese a Roma in colloqui tra pochi (nemmeno) eletti e “ratificate” da un ridicolo referendum di facciata. Più in generale una scarsa preparazione scientifica, del tutto indispensabile per affrontare sul serio le minacce di questi tempi pericolosi, e una tattica basata sulla microconflittualità locale invece che sulla crescita di una visione e di un progetto di largo respiro per riportare tra i giovani la coscienza della crisi e la spinta al suo contrasto.

Di fronte a questo ennesimo fallimento ci vuole il coraggio di ammettere pubblicamente che si è sbagliato tutto in questi anni e di presentarsi dimissionari a tutti i livelli, in particolare i portavoce e le figure di secondo piano che li circondano.

Dare notizia di questo fallimento, delle dimissioni e dell’avvio di un processo rifondativo tra i verdi sarebbe anche un modo per recuperare un minimo di visibilità mediatica.

Ma serve molto di più, servono attivismo nelle scuole superiori e nelle università, sfruttamento delle reti disponibili, presenza sui social.

Serve soprattutto un piano di lotta ai colossi del fossile, in stretta cooperazione con l’industria che ha più sofferto in questi ultimi cinque anni, quella delle energie pulite e dell’edilizia pulita, che invece di espandersi ancora e generare opportunità lavorative tra i giovani ha espulso manodopera qualificata e visto il fallimento di migliaia di aziende. Serve una stretta cooperazione con l’agricoltura giovanile, che lotta contro quella industriale cercando di proporre cibo sano e pulito.

Servono idee e intelligenze, non ideologie o politicismo, serve molto lavoro e molta capacità di ascolto, contatti con il mondo scientifico e produttivo, e soprattutto spazio di iniziativa e decisionale ai giovani, che della crisi soffrono più pesantemente, e ancor più rischiano di soffrire in futuro.

Vittorio Marletto

referente dimissionario per il clima e l’energia

 

 

PATATRAC

di Guido Tampieri

E cosa hai visto figlio dagli occhi azzurri
Cosa hai visto caro figlio mio?
Ho visto un neonato circondato da lupi bianchi….
Ho visto un ramo nero con il sangue che gocciolava….
Ho visto diecimila che parlavano le cui lingue erano tutte spezzate
Ho visto fucili e spade affilate nelle mani dei fanciulli.
E una dura, dura, dura pioggia cadrà.
Bob Dylan

 

Se cercate un commento obiettivo volgete lo sguardo altrove.

Scrivere di questo disastro mi turba.

Un misto di rabbia impotente e di paura razionale.

Davanti a noi scorrono i titoli di coda di una stagione politica iniziata con la Repubblica ma il nostro stato d’animo non è quello con cui di solito, fra trepidazione e speranza, l’umanità saluta l’avvento di un’epoca nuova.

Avvertiamo tutti la precarietà del momento.

Quello che stiamo compiendo è un salto nel buio.

Adesso tutti diranno che se la gente li ha votati leghisti e grillini sono migliori di quel che pensiamo, ma non è così.

Su di loro non ci sbagliamo.

La folla scelse di mandare a morte il Nazareno (la storia a volte gioca coi nomi) e di salvare Barabba.

Il voto non è una garanzia.

È su di noi che ci siamo sbagliati.

Questa è la cronaca di una morte annunciata.

La vittima è gli assassini sono conosciuti da tempo.

Indeterminati erano solo i dettagli.

Resi noti la notte del 4 marzo 2018.

Una data che verrà segnata negli annali della storia come la Caporetto della sinistra italiana.

I complici siamo noi.

Che non abbiamo detto no quando dovevamo dirlo.

Che abbiamo preferito contarci quando era necessario confrontarci.

Che abbiamo inseguito dei capi mentre stavamo perdendo un popolo intero.

Se non cambieremo noi non cambieranno loro.

E arrabbiarci, astenerci, creare partiti inutili, confondere la frustrazione con la coerenza per abbracciare cause e formazioni che sono distanti dai nostri valori non servirà a nulla.

Chi coltiva idee di libertà, uguaglianza, fraternità deve riappropriarsi della politica, pretendere che siano degnamente rappresentate.

Combattendo l’opportunismo, il conformismo, l’ignoranza e quella voglia di padrone che Tacito chiamava libido servitii, così gratificante nei cani e così degradante fra gli uomini.

Renzi e lo sconfitto ma non ha perso da solo.

Gran parte del gruppo dirigente del PD lo ha accompagnato verso l’abisso spazzolandogli il ghiaccio davanti come nel curling.

Sull’avventura velleitaria di LeU meglio stendere un velo pietoso.

Sarebbe bello se questa volta tutti si prendessero la loro parte di responsabilità.

Deponendo la sicumera che li ha confusi al punto di alterare la percezione di sé nei confronti di una realtà che padroneggiano solo a parole.

Siamo di fronte a un serio problema di rappresentanza.

Negli organismi dei partiti e sui banchi del Parlamento siedono le persone che hanno causato la sconfitta.

Lo dico con rispettosa prudenza perché non ho alcuna soluzione immediata da prospettare ma dobbiamo sapere che questo personale politico non è in grado, nell’insieme, di interpretare i sentimenti e i bisogni di chi ancora guarda a sinistra e di guidare il cambiamento profondo di cui c’è bisogno.

Questa sconfitta da terribile qual è diventerà tragica se non si coglie l’occasione per un ripensamento di ciò che siamo.

Adesso dobbiamo riflettere, dicono i maggiorenti.

Forse era il caso di farlo prima, di farlo sempre.

Il dialogo è stato uguale a quello che c’è fra un pesce rosso e la palla di vetro in cui vive.

La rigenerazione del pensiero politico che, con Morin, possiamo collocare al suo grado zero, suppone una riforma del pensiero stesso: obbiettivi, mezzi e noi con loro.

Mettendo da parte i calcoli e i giochetti.

Niente di meno di questo ci salverà.

Il PD rischia di morire e la sinistra di diventare marginale.

Come é già in tante parti del mondo.

Mentre c’è bisogno del suo sguardo solidale sulla storia.

La pace fra gli uomini e con la terra non può essere affidata solo alla appassionata evangelizzazione di Papa Francesco.

Di Maio celebra la fine delle ideologie ma è la più ideologica delle sciocchezze.

Per governare un Paese ci vuole un’idea del mondo.

Come per far (ri)vivere un partito ci vuole un’idea della vita.

Questa è la missione comune, oggi, di tutte le persone generosamente progressiste.

Quel che é accaduto e di facile interpretazione.

Quando Renzi era in sintonia col sentimento degli italiani, animati dalle stessa insofferenza per l’establishment che gonfia oggi le vele dei 5 stelle, i grillini sono stati fermati e la destra battuta.

Dopo l’esperienza di governo, che non ha dato quel che ci si aspettava ma nemmeno poteva dare quel che non c’era, via via che il feeling calava, nello spazio politico che si è creato sono cresciuti gli uni e gli altri.

Il resto l’ha fatto una campagna elettorale scriteriata nella quale, anziché rilanciare con progetti coraggiosi la propria credibilità, si è cercato di dimostrare che gli altri sono peggio.

Le accuse sulle disonestà grilline mi hanno fatto ricordare un’iscrizione all’ingresso del cimitero del mio paese: “Fummo come voi, sarete come noi”.

Sai la soddisfazione.

È andata come è andata.

Chi ama infierire lo faccia, spazio ce n’è a volontà.

Io, vergin di servo encomio e di codardo oltraggio, la penso come Calenda: bisogna fare qualcosa.

Dimettersi era un obbligo.

Renzi l’ha fatto nel modo peggiore.

Come al solito.

Ma un governo coi grillini è follia.

Anche se, in questo caso, dicono, non si tratterebbe già più di inciucio ma di un nobile accordo nell’interesse del Paese.

Ma va…..

Ne riparliamo.

In questa società nella quale la percezione sovrasta la realtà abbiamo preso un abbaglio collettivo: a creare il disagio sociale sono stati i concomitanti fenomeni della crisi più grave del dopoguerra e dell’esplosione del sud del mondo e non i governi che hanno cercato di arginarne gli effetti.

Le promesse che gli elettori hanno premiato sono frutto di questa prospettiva ingannevole che fa coincidere il volere col potere.

“Timeo Danaos et dona ferentes” ammonisce i troiani Laocoonte per dissuaderli dal portare quello strano cavallo in città: ho paura dei greci sopratutto se portano doni.

Non abbiamo imparato niente.

Abbiamo creduto a Mussolini, a Berlusconi, perché non dovremmo portare dentro le mura il cavallo che ci dona Grillo?

Se non ci date lavoro dateci assistenza, é lo slogan storico dei disoccupati al sud.

Il problema é che se non crescono la ricchezza e il lavoro non ci sono più i margini per farlo.

Specie se sei sepolto nei debiti.

Fosse possibile lo farebbero tutti, visto che ci si vincono le elezioni.

Davanti a noi abbiamo la prospettiva di una pericolosa instabilità e di governi peggiori di questo.

Poi i dazi, l’euro, l’Europa divisa, i Dio sa cosa.

“Siamo tutti nelle mani di DiMaio” dicono a Pomigliano d’Arco.

Fossi in voi non mi sentirei così tranquillo.

Guido Tampieri

Libero Pensatore

 

 

La responsabilità

di Guido Tampieri

Che ci sia ognun lo dice;
Dove sia nessun lo sa.
Metastasio

 

Dio, quanto odio gli apocalittici, gli epocalisti, i senzaritornisti, i nonsaràmaipiùcomeprima.

Quelli che dicono che il tramonto della sinistra è ineluttabile, che siamo alla fine delle ideologie, quando non se ne sono mai viste tante in giro, a cominciare dalle loro.

Che confondono il presente con l’eterno, e considerano la storia una monorotaia, ne ignorano i percorsi tortuosi, fino a decretarne la fine.

Come se il futuro non fosse pieno di variabili, non contemplasse la conoscenza, l’esperienza, le scelte giuste e sbagliate degli uomini, e il ritorno sulle decisioni prese.

È un po’ presto per trarre conclusioni apodittiche a pochi giorni da un voto che, confermando un assetto tendenzialmente tripolare, ha detto una sola cosa con chiarezza: che le ultime esperienze di governo, buone o cattive che fossero, non sono piaciute alla maggioranza degli italiani.

Che ora vogliamo vedere all’opera altri per verificare se le loro ricette, vere o false, sono efficaci.

Salvo cambiare opinione nell’eventualità, non so quanto augurabile, che si rivelino, invece, dannose.

A causa dell’inadeguatezza dei vincitori e della natura impervia dei problemi che un governo dell’Italia e degli italiani deve affrontare.

È vero, la sinistra europea non si dimostra all’altezza del momento, ma chi lo è?

Senza scomodare le grandi categorie politiche che hanno disegnato la storia moderna é tuttavia accaduto qualcosa di enorme: l’Europa ha perso la sua centralità, economica, politica e, in certa misura, culturale.

Ce n’è abbastanza per scuotere le fondamenta del welfare, oscurare la percezione del futuro, fare insorgere paure, suscitare una domanda di protezione e scompaginare , infine, le carte della politica.

A sinistra come a destra, visto che quella di ispirazione liberale è in crisi a sua volta, ovunque.

C’è penuria di idee e di uomini validi, ma poi é la dimensione dei problemi che definisce per contrasto la loro statura.

Nessuno sa davvero cosa fare.

Non c’è da meravigliarsi se chi annaspa fra le onde si aggrappa alla mano che trova, senza chiedersi se è destra o mancina, o magari una protesi posticcia che subito si stacca rigettandoti fra i marosi.

Le nostre azioni di oggi assumono senso ed efficacia solo se sono guidate da un’idea di futuro.

Che esige scelte.

Perché contrastanti sono gli interessi tra i popoli e nel popolo, e molteplici i conflitti.

I problemi non resteranno confinati in una terra di nessuno consacrata all’ ambiguità.

“Né con lo Stato né con le Brigate Rosse” dicevano tanti ragazzi all’epoca del terrorismo.

Poi dovettero scegliere.

Se non andrà a sinistra l’Europa andrà a destra e giocare con le parole non metterà gli apprendisti stregoni al riparo dalle esplosive contraddizioni del sistema mondo.

Non è cambiata la deriva dei continenti, le faglie sismiche seguiranno le direttrici di sempre.

Non c’è niente di originale in questo pensiero grillino ricolmo di demagogia e di paternalismo autoritario.

È una caratteristica che lo rende malleabile ma anche vulnerabile, esposto all’usura e al degrado.

Si può ben arrivare a una polarizzazione Salvini-Grillo, anche per il concorso di una sinistra venuta meno a se stessa.

Ma è difficile immaginare che il grillismo possa varcare i confini fisici e culturali di un fenomeno provinciale.

L’Italia non è un laboratorio bensì un caso politico.

Da un quarto di secolo.

Una sinistra riformatrice è indispensabile al funzionamento fisiologico della nostra democrazia.

Dal governo, quando il popolo lo vuole.

All’opposizione, se decide altrimenti.

Dopo aver dimostrato di non conoscere il sentimento degli elettori il PD sbaglierebbe due volte a non riconoscere ora il suo verdetto.

Non ritroveremo le ragioni della sinistra e la sintonia con la gente andando al governo con Di Maio.

Prima di avventurarsi in spericolate esercitazioni sui motivi che dovrebbero indurre quel che resta del PD a fare da sgabello dei vincitori, bisognerebbe chiedersi in cosa consista oggi l’interesse del Paese.

E quale sia il significato della parola responsabilità.

Escluso che sia quello che gli attribuisce Travaglio, anche l’interpretazione che possiamo darle noi ha ben scarso valore se non coincide con quella che gli attribuisce la maggioranza dei cittadini.

Abbiamo già sperimentato quanto possa essere pericolosa una dissociazione negli obbiettivi e nei sentimenti.

Specie in un Paese che non sempre mostra di riconoscere e apprezzare i comportamenti ispirati a questo criterio etico.

Molto evocato e poco praticato.

Ogni coalizione è tacciata di inciucio.

Berlinguer, dopo un breve sostegno esterno al governo per reggere il colpo dell’assassinio di Moro, abbandonò il compromesso con la DC.

Era Berlinguer, non Martina.

Dall’altra parte c’era Zaccagnini, non Di Maio.

Qualcuno lo ricordi allo squinternato governatore della Puglia: non è un PD all’opposizione che “provoca lo stallo della democrazia“.

Non è tuttavia il caso che il PD ostenti sdegnato il suo passaggio all’opposizione: esservi costretto è una colpa non un merito.

Né che rifugga alcun confronto.

Anche se non si vedono le premesse per un compromesso utile al Paese.

Democrazia rappresentativa, Europa, conti pubblici, politiche del lavoro, welfare….. l’incompatibilità è conclamata.

Manca, al di là di tutto, l’ingrediente fondamentale della fiducia, l’affidamento reciproco fra apparati e elettorati.

L’interesse dell’Italia va messo avanti a tutto ma non coincide con un’intesa che renderebbe ancor più fragile la nostra democrazia.

Per tornare a veder le stelle serve un convinto sostegno popolare, non una nuova stagione di scetticismo e di avversione.

Facciano un governo le due forze vittoriose, che non sono più distanti tra loro di quanto non lo siano dal PD.

Onorino la responsabilità che il popolo gli ha assegnata.

Altrimenti si prendano quella di riportarci al voto.

E il PD l’affronti come si deve.

Ci sono modi diversi di vivere e di morire.

“Non c’è più il PD” ha suggerito un giornalista a una elettrice.

“Mi dispiace, lo faranno nuovo” ha risposto serena.

C’è più saggezza in queste parole che in tutte quelle che si sprecano in questi giorni di vani proclami.

Nei primi accenni di dibattito si sente dire facciamo presto, come se si trattasse di sbrigare una pratica burocratica.

È così da anni, che si vinca o si perda.

Presto a fare cosa, per fare cosa?

Richetti sostiene che bisogna dar voce agli ultimi e coinvolgere ogni elettore.

Forse si candiderà a segretario.

Dove é stato fino adesso, che quelle parole non le abbiamo mai sentite?

Né viste messe in pratica.

Una cultura politica non si improvvisa, non è un juke-box che spingi un bottone e via.

Riconnetterci con i soggetti sociali che la sinistra deve rappresentare per dare un senso alla sua altrimenti inutile esistenza, sarà impresa lunga e difficile.

La gente che non ci ha votato non è più “la nostra gente”.

Ha ragione Cuperlo, un pezzo di futuro se ne è già andato da un’altra parte.

La rinascita comincia da questa consapevolezza.

Bisogna fare bene e presto solo se si può.

Bisogna discutere finché è necessario.

E anche dopo, sempre.

Perché ri-conquistare è mille volte più difficile che conquistare.

E perché nessuna acquisizione è definitiva.

Lasciatevi dare un consiglio, che non ne ascoltate da tempo: volgete lo sguardo fuori, cercate energie nuove.

Guido Tampieri

Libero Pensatore

 

UN INVITO A PARTECIPARE

di Roberto Tomesani

La libertà come i diritti civili non te li regala nessuno bisogna andarseli a prendere! Chi delega ad altri la soluzione dei propri problemi si candida ad essere disatteso. È una follia credere che gli obiettivi di una civiltà possano essere decisi dalla classe dirigente. Non esiste alcuna democrazia senza che il popolo abbia il potere di decidere in quale direzione andare.

La politica esiste per questo. E TU SEI LA POLITICA!

Mentre ci vorrebbero far credere che l’economia è diventata la vera politica. Avendo elevato la crescita economica all’obiettivo ultimo della politica, i “produttori di crescita” sono diventati i veri governanti del mondo. Cosa vogliamo? La difesa dell’ambiente e la critica della crescita vengono viste dalla sinistra storica come una minaccia all’occupazione. Anche la semplice possibilità che si possa mettere in discussione questo modello di sviluppo e si viene puniti come fautori della disoccupazione. Esistono esempi numerosi di sviluppo umano senza dispendio di denaro. Il PIL non cresce quando si fa una risata. Non cresce nella società a rifiuti zero. Non cresce nell’economia circolare del riuso e del riciclo, quando ci si trova per una pedalata tra amici. L’esperienza del Bike Me to the Moon che a Bologna, coinvolge ogni settimana decine di persone che aumentano la propria qualità della vita con il Bill (benessere interno lordo) senza spendere una lira! Solo trovandosi il martedì alle 20 à Dynamo per una pedalata che non serve a nulla, soltanto a stare insieme, fare due chiacchiere, non ha importanza dove si va. È solo un esempio… Vogliamo un mondo libero dagli inquinanti che provocano il cancro. Vogliamo smetterla con l’usa e getta. Lo shopping è una schiavitù. Buy Nothing. Per la politica che passa in televisione ciò che non prevede una transizione monetaria non esiste, non conta, a prescindere da quanto importante possa essere il nostro benessere. Chi non è ossessionato dallo shopping è una minaccia alla sicurezza nazionale. Abbiamo bisogno di una grande transizione, da come generiamo energia a come ci spostiamo, a come produciamo il cibo da cui dipende la nostra vita. Questo significa aver scelto la bicicletta come mezzo di trasporto principale. Questo vogliamo dimostrare il 28 aprile a Roma. Sappiamo benissimo quello che vogliamo. La natura è l’unico vero produttore di ricchezza. Gli esseri umani non producono nulla :si limitano a convertire la ricchezza naturale in denaro. Dal denaro non si può creare ricchezza naturale. È un processo a senso unico. Provate a rimanere senza denaro e si comincia a vivere come esseri umani non più come consumatori. Abituati a credere nel PIL. A vendere e comprare mutui subprime che hanno portato quest’economia al collasso. Consumiamo le fondamenta su cui costruiamo. Chiediamo un prestito a madre natura che sappiamo già di non poter restituire. Abbiamo bisogno di un downgrade. Scendere a più miti consigli. Pedalare con lentezza senza fare alcuno sforzo. Paura non abbiamo. Molti di noi sono già morti una volta. Chi lascia la civiltà dell’automobile per pedalare verso una meta non è un discendente delle scimmie, è un angelo caduto consapevole di esserlo.

W LA BIGA

Roberto Tomesani

 

A CHI ESITA

di Paolo Galletti

Dici: per noi va male. Il buio cresce.
Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando si era appena cominciato.
E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze.
Ha preso una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno.
Le nostre parole d’ordine sono confuse.
Una parte delle nostre parole
Le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili.
che cosa è errato ora, falso di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi contiamo ancora?
Siamo dei sopravvissuti, respinti via dalla corrente?
Resteremo indietro,
senza comprendere più nessuno e da nessuno compresi?
O contare sulla buona sorte?
Questo tu mi chiedi.
Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua.
Bertolt Brecht
traduzione Franco Fortini
dalle Poesie di Svendborg (1933-1938)
edizioni Einaudi

 

CALATI  JUNKU  CA  PASSA  LA  CHINA

CALATI  JUNKU  DA  SIRA  A  MATINA

(PIEGATI GIUNCO CHE PASSA LA PIENA
PIEGATI GIUNCO DA SERA A MATTINA)

 

La piena travolge, rompe gli argini, fa crollare i ponti, porta detriti e cadaveri…

Ma per capirla occorre andare a monte, fino alle sorgenti di questa melma, capire dove e perché tempeste e temporali hanno sradicato alberi, provocato frane, fatto crollare case ed alimentato la piena.

Il proverbio suggerisce di piegarsi per non spezzarsi, ma per una notte perché poi ci sarà una mattina

Fuor di metafora, per cercare di capire questa piena che ha travolto il centro sinistra e la sinistra tutta, occorre risalire, se pur sommariamente, ad alcuni avvenimenti della nostra storia recente.

Poi bisogna individuare alcuni sentieri per uscire dalla notte oscura e arrivare al mattino.

Delle molte analisi lette trovo convincente quella, pubblicata su l’Internazionale che in sintesi dice:

due populismi dal “basso” Lega e Cinque Stelle hanno sconfitto due populismi dall’alto, Berlusconi e Renzi.

Ecco, questa analisi ha il pregio di individuare quello che accomuna i principali contendenti: il populismo. Su questo terreno il vecchio prodotto Berlusconi ed il semi nuovo prodotto Renzi sono stati battuti dai nuovi “brand” Salvini e Cinque Stelle.

Il Marketing spietato del consumismo politico ha portato a questo risultato.

Se si riduce la politica a marketing si subisce la legge del marketing.

Si è votato un marchio a prescindere, anche quando il candidato era stato espulso dai cinque stelle

o candidati della Lega al Sud provenienti dalle più diverse e screditate esperienze politiche precedenti.

Renzi, da rottamatore è finito rottamato, da vincente a perdente, secondo una legge del contrappasso che lui stesso aveva sollecitato.

Ma anche i governi PD Forza Italia e poi PD Nuovo Centro Destra, sono stati bocciati dagli elettori.

Solo Gentiloni godeva di credito ma l’abbinamento con Renzi ha spento la sua capacità di attrazione.

Ed anche la nostra alleanza con il centro sinistra ha subito il contagio negativo del renzismo.

Intendiamoci: Renzi ha portato alle estreme conseguenze la vocazione maggioritaria del PD di Veltroni e successori ed il suo liberismo acquisito dopo la fine del comunismo sovietico.

L’economia sociale di mercato ed il welfare, conquiste europee delle forze riformiste, sono stati posposti alle esigenze dei “mercati”, nuovi idoli di una politica senza bussola.

Anche la nostra alleanza con Prodi, due volte defenestrato da conflitti nel centrosinistra e poi bocciato dal PD come candidato presidente della repubblica, è risultata tardiva, poco incisiva e troppo in controtendenza. Parlare oggi di “serietà della politica” risulta assai impervio nel contesto sottoculturale invadente.

Anche il nostro valore aggiunto sulla contraddizione principale, quella ecologica (che non risulta percepita come tale nel nostro Paese e nemmeno nel centrosinistra) è stato annullato dal pregresso di Renzi con la vicenda trivelle. I sette punti concordati con il PD sono scomparsi dalla campagna elettorale del PD. E peraltro il centro sinistra, a differenza del centrodestra, non ha mai fatto alcuna iniziativa comune, né tantomeno sulla questione ambientale.

Il fallimento di Liberi e Uguali come proposta politica attrattiva completa il quadro desolante.

Mentre si marciava contro Casa Pound e Forza Nuova, la destra nazionalista e xenofoba di Salvini si diffondeva nel Paese e l’ambiguità antidemocratica dei cinque stelle, posseduti da un’azienda privata e guidati da un comunicatore nato al grande fratello, illudeva milioni di delusi del centrosinistra. Una destra dei tempi nuovi quella dei cinque stelle, che domina il web e ormai dilaga sui mezzi di comunicazione tradizionali, un tempo aborriti, ed oggi sensibili alla voce dei quasi nuovi padroni. Una destra pericolosa perché non si presenta come tale, anche se come tale agisce.

Ma purtroppo ci vorrà tempo per capirlo.

Possiamo amaramente constatare che una provincia dell’impero è stata ormai “americanizzata”?

E noi che possiamo fare?

Certo siamo messi male. Il lavoro faticoso per rilanciare i verdi che cominciava a vedere qualche frutto, nuovi iscritti, aumento delle dichiarazioni due per mille, qualche nuovo gruppo, rischia una impasse. E non serve molto invocare dimissioni se non si è disposti a investire tempo e danaro e sacrifici personali per la causa. Non esistono salvatrici o salvatori. Esiste un umile mettersi in gioco per offrire il proprio contributo. Incolpare gli altri è facile. Impegnarsi è difficile. Ed il rispetto e la riconoscenza verso chi si è sacrificato, anche facendo errori come tutti facciamo, sono necessari per una forza politica ecologista.

In ogni caso tre modeste considerazioni:

SALVARE IL SEME

Se in Italia non esiste una forza politica ecologista forte è perché la cultura ecologista è stata sconfitta. Parcellizzata. Ridotta a particolari funzionali al business o a interessi di settore.

Manca una visione di insieme. Una visione olistica . Una bussola che indichi il cammino.

Quindi elaborazione culturale per salvare il seme.

RICOSTRUIRE I VERDI

Il prossimo anno alle elezioni europee non servono le firme e non si vota un governo.

Andare con il nostro simbolo, preparando le liste per l’autunno e programmando iniziative a tappeto per ogni dove per ricostruire gruppi locali coesi ed attivi su alcuni pochi obiettivi condivisi.

Difficile, faticoso, ma potrebbe suscitare nuove energie.

Altrimenti il rischio di ulteriore parcellizzazione ed indebolimento porterebbe ad una lunga notte oscura.

RICOSTRUIRE UN NUOVO CENTROSINISTRA

Necessario farlo ma non dipende da noi se non in minima parte.

I soggetti attuali sono inadeguati. Gli eletti sono perlopiù coloro che hanno portato a questa sconfitta storica.

La visione teorica va totalmente cambiata. Non parliamo della pratica.

Anche ai livelli locali, dove ci possono essere eccezioni positive, non va meglio.

Il Presidente della Regione Emilia Romagna che ignora i componenti della alleanza che lo ha eletto.

Il Sindaco di Bologna che viene meno agli accordi politici per il suo sostegno al secondo turno sono esempi negativi.

Ci sono esperienze locali positive?

In ogni caso questo processo deve vederci interessati solo se ci sarà un radicale cambiamento, che al momento non si vede all’orizzonte.

Ha da passà a nuttata!

VIVA I VERDI

Paolo Galletti

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