Chi e cosa sono i populisti

Pubblichiamo, con il permesso dell’autore, questo post dal sito di Mauro Zani,

un’interessante riflessione sulla post-democrazia.

https://maurozani.wordpress.com/

Chi e cosa sono i populisti

(per i palati più fini, avverto che è titolo “scherzoso”)

24 marzo 2018

Zitto tu che sei il solito populista. Per lunghissimo tempo a sinistra questo motto riassumeva l’incomprensione di un fenomeno, ricorrente nella storia di almeno due secoli.

Adesso ci troviamo di fronte ad un populismo di tipo nuovo, aggiornato al terzo millennio che fa la sua grande prova in Italia.

La scaturigine, in termini generali è la crisi della democrazia e della politica nel suo rapporto con l’economia globalizzata, quel finazcapitalismo di cui ci ha parlato il compianto Luciano Gallino.

Quando si volle far nascere il PD, nel 2007, a un tiro di schioppo dalla grande crisi del 2008, lo si fece coi paraocchi della legittimazione, con l’idea di adeguarsi, finalmente, ad una stagione che… non c’era più. Una sorta di tardo blairismo.

Qualcuno pose l’accento sulla necessità di qualificare come “democratico” un partito di tipo nuovo: consapevole della crisi dei sistemi politici basati sulla democrazia rappresentativa a fronte degli sconvolgimenti in atto. Una democrazia che non rappresentava più.

Lo si prese per uno che vaneggiava di fronte agli imperativi dell’economia; mettersi al passo bisognava, altroché perdere tempo ad indagare il nuovo rapporto tra democrazia e turbocapitalismo per ricollocare la sinistra in un mondo nuovo.

E così il vuoto di critica e di pratica politica è stato in Italia alfine colmato dai populisti.

Ma chi sono costoro e cosa vogliono.

Partiamo dal chi sono, dai loro tratti comuni che si riassumono all’ingrosso in una visione del popolo come un tutto unico e unitario: un popolo “organico”. E non si tratta dell’interclassismo vecchia maniera, qui si tratta del popolo sovrano in blocco; stella polare al quale ci si riferisce direttamente senza la mediazione e la composizione degli interessi da parte di corpi intermedi.

Ma in Italia ci troviamo di fronte a due diverse traduzioni politiche del populismo.

Lega e M5S hanno i tratti comuni a tutti i populismi ma anche forti diversità.

La Lega dà voce ad un populismo nazionale, in piena continuità e contiguità con il populismo lepeniano, di destra estrema, fino al punto da tagliare l’erba sotto i piedi a formazioni di tradizione fascista, sovraniste, razziste e xenofobe come Fratelli D’Italia, ormai del tutto assorbiti da Salvini.

Il M5S, invece con Di Maio e compagnia (bella?) rappresenta un populismo in doppio petto più proiettato sul futuro.

Tutt’e due usano come risorsa politica, le paure, l’angoscia sociale, l’incertezza dei tempi nostri: tutto ciò di cui il PD, (pur nell’intermittente scimmiottamento populistico renziano) si è del tutto disinteressato, salvo far entrare in azione all’ultimo momento sul punto dolente dell’immigrazione l’ala militare (molto apprezzata e non a caso dai grillini) tramite il ruolo, altamente simbolico ma tardivo di Minniti.

Tra i due populismi quello veramente al passo coi tempi è il grillismo.

Resto convinto che la crisi della democrazia rappresentativa è anche dovuta ai sistemi maggioritari. (Il bipolarismo tanto incensato). Ma questo lo dico (disordinatamente) per inciso. Una democrazia maggioritaria è un ossimoro soprattutto in un paese come l’Italia, diviso da sempre tra nord e sud con una unità nazionale mai del tutto compiuta.

La riprova è la fulmineità, con la quale il patto tra i due populismi(evidenziato persino all’eccesso in campagna elettorale) e concordato fino ai minimi dettagli ha eletto i presidenti delle camere.

Tra i due, l’uno è egemone in modo schiacciante.

Chapeau a Grillo, prima di tutto: uno vale uno.

Già, in un solo slogan apparentemente puerile, si riassume la visione democratica degli albergatori a cinque stelle con l’attacco frontale e demolitore alla democrazia rappresentativa.

Rappresentativa di cosa?

Delle tensioni sociali derivanti da contrapposti interessi, in una parola del conflitto sociale che adesso viene fatto scomparire sotto il tappeto costituito dai singoli cittadini, dopo che più di un aiutino è stato dato dalla sinistra riformista.

Il problema, ormai radicato nel senso comune, non è più destra e sinistra ma alto e basso.
Non si tratta più di dare voce a interessi in conflitto.

No, si tratta di dar voce al popolo tutto compreso per sollevarlo verso l’alto.

Da qui la democrazia diretta contro le oligarchie (partiti e sindacati) connaturate al sistema. Da qui anche la totale assenza nella campagna stellata della lotta contro l’evasione fiscale che avrebbe potuto dar fastidio a larghi strati di popolo un tempo costituenti il ceto medio.

C’è un piccolo difetto: se da una parte c’è il popolo malamente rappresentato da oligarchie partitiche , dall’altra c’è l’indifferenziato popolo che, proprio perché tale, cioè formato da individui uguali tra loro, (non rileva la differenza tra operaio e padrone) ha bisogno di una figura (o una nuova oligarchia?) che, religiosamente lo incarni e lo tenga unito sopra gli interessi in conflitto : un leader o una leadership, che ha per compito non quello di istituzionalizzare il conflitto sociale ma di assopirlo, cloroformizzarlo indirizzandone la protesta verso la morente “casta”.

Un ottimo modo per rendere il “popolo” funzionale alla nuova rivoluzione democratica… contro la democrazia.

E qui intervengono due parti in commedia.

Da un lato il pragmatismo di un Di Maio, dall’altro la visione di un Grillo e la traduzione “tecnica” che ne fa un Casaleggio.

Visione ben espressa nell’innamoramento (che a volte appare ingenuo e semplicistico) di Grillo per le innovazioni tecnologiche, la rivoluzione digitale, e l’intelligenza artificiale che lo portano a profetare la società a lavoro zero.

Visione poi tradotta in disegno politico tecnocratico dal contoterzista Casaleggio junior, (assai più pragmatico del padre), per il quale la politica in prospettiva, più o meno prossima, non serve più.

Basterà l’efficienza dell’amministrazione.

Tale è il senso della sua intervista americana.

Amministrare questo è lo snodo strategico, per così dire.

Dunque due soli mandati: non servono politici di professione, basterebbe (vedi alla voce piattaforma Rosseau) estrarre a sorte gli amministratori. Uno vale uno, non è vero?

Solo che questo disegno com’è già dimostrato più volte in corpore vili, presuppone un popolo bue e il massimo di accentramento e di segretezza nel processo decisionale.

Benvenuti nell’epoca post-democratica.

 

P.S.     Scritto molto in fretta. Chiedo venia scontando l’inevitabile e gradita critica.

Mauro Zani

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