SULL’AMAZZONIA

L’intervento di Sauro Turroni

AMAZZONIA POLMONE DELLA TERRA MADRE

Venerdì 11 ottobre 2019

Quando a giugno del 2018 è uscito il documento preparatorio del Sinodo dei Vescovi dal titolo “Amazzonia: nuovi cammini per la chiesa e per una ecologia integrale”, nessuno di noi Verdi, che abbiamo apprezzato moltissimo l’enciclica Laudato si’ e la costante azione del Papa a difesa del Pianeta, è rimasto sorpreso.

Ancora una volta Francesco si metteva alla testa, con tutto il peso della sua autorità morale, di tutti coloro che si battono contro il riscaldamento globale, per la protezione della natura e per la tutela dei più deboli, a cominciare dalle popolazioni indigene minacciate dalla sistematica rapina dei loro territori e della spoliazione e distruzione  dei  loro ambienti.

Recita il documento preparatorio del Sinodo: “Nella foresta amazzonica, di vitale importanza per il pianeta, si è scatenata una profonda crisi causata da una prolungata ingerenza umana, in cui predomina una «cultura dello scarto» (LS 16) e una mentalità estrattivista. L’Amazzonia è una regione con una ricca biodiversità; è multi-etnica, pluri-culturale e pluri-religiosa, uno specchio di tutta l’umanità che, a difesa della vita, esige cambiamenti strutturali e personali di tutti gli esseri umani, degli Stati e della Chiesa.

Le riflessioni del Sinodo Speciale superano l’ambito strettamente ecclesiale amazzonico, protendendosi verso la Chiesa universale e anche verso il futuro di tutto il pianeta. Partiamo da un territorio specifico, per gettare a partire da esso un ponte verso altri biomi essenziali del mondo: il bacino del Congo, il corridoio biologico mesoamericano, i boschi tropicali del Pacifico asiatico, il bacino acquifero Guaranì, fra gli altri.

Ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia, come primi interlocutori di questo Sinodo, è di vitale importanza anche per la Chiesa universale. Per fare questo abbiamo bisogno di avvicinarci di più ad essi. Desideriamo sapere: come immaginano il “futuro sereno” e il “buon vivere” delle future generazioni? Come possiamo collaborare alla costruzione di un mondo capace di rompere con le strutture che uccidono la vita e con le mentalità di colonizzazione per costruire reti di solidarietà e di inter-culturalità? E soprattutto, qual è la missione particolare della Chiesa oggi di fronte a questa realtà?”

Mai il momento è stato più adatto, mai come oggi i territori amazzonici, così come tutti gli altri sopra elencati, soffrono in modo particolare l’aggressione delle imprese che pretendono di impossessarsi di tutto ciò che c’è in quei luoghi, cacciando le popolazioni anche con metodi violenti, sostenuti e protetti in queste aggressioni e rapine da governi, come quello di Bolsonaro in Brasile, strettamente legati agli interessi delle imprese e del mondo agricolo e degli allevatori di bestiame.

Questa estate abbiamo assistito impotenti al moltiplicarsi degli incendi, ovunque ci fossero foreste mani criminali con azioni coordinate, non hanno esitato ad accendere contestualmente migliaia fuochi liberando terreni per future coltivazioni di soia o simili, uccidendo una straordinaria biodiversità, gettando nella disperazione e nella miseria le popolazioni indigene.

In questo momento storico lo sfruttamento dell’Amazzonia riguarda in particolare il “limpiar” la foresta e cioè abbattere o bruciare gli alberi per impiantare piantagioni di soia. L’attuale tipo di sfruttamento segue le precedenti ondate di saccheggio, dal ciclo della gomma a quello del caffè per passare a quello dei minerali, a quello del legname pregiato e quello della soia. Cicli che hanno caratterizzano diverse fasi del colonialismo e dell’estrattivismo. Negli anni 70-80, ai tempi di Chico Mendes, lo sfruttamento dell’Amazzonia riguardava grandi dighe, infrastrutture, strade.

Questi periodi sono stati preceduti da stragi efferate che colpivano le popolazioni indigene: ricordo ancora con orrore un film degli anni 60 che mostrava l’uccisione di alcuni indigeni accompagnata dalla loro evirazione.

Anche ora la difesa dell’Amazzonia ha un costo altissimo di vite umane. Nel 2007 ci sono stati 17 omicidi nella sola Rondonia fra i difensori delle terre. Nel 2018 sono stati assassinati altri 20 difensori delle terre. Nel Mato Grosso hanno perso la vita due religiosi.

La Conferenza episcopale ha messo in evidenza e denunciato fin dalla seconda giornata la violazione sistematica dei diritti dei popoli originari dell’Amazzonia, affermando che la loro stessa vita è a rischio nella intera regione, ferita gravemente nel suo habitat.

Il presidente Bolsonaro, come peraltro i populisti e reazionari suoi amici, ha come nemiche le ONG, manifesta profondi sentimenti razzisti, è legato a settori del mondo imprenditoriale di cui applica la politica miope e di rapina e non esita a piegare le leggi a vantaggio dei suoi sostenitori.

Ha perfino messo in dubbio le demarcazioni dei territori indigeni già compiute affermando che si baserebbero su dati falsi e ha manifestato l’intenzione di modificare la stessa costituzione per la parte che tutela i territori e le popolazioni indigene.

L’Amazzonia – ha dichiarato recentemente all’Onu Bolsonaro, negando la crescita degli incendi – appartiene al Brasile” ricorrendo al ritornello della sovranità nazionale, ricorrente nella retorica delle destre brasiliane, sempre connesso all’Amazzonia.

Nonostante le foreste Amazzoniche siano conteggiate nelle COP, conferenze delle parti sul clima, nei carbon sink, cioè nei pozzi di assorbimento della CO2 per il contributo che esse danno al contrasto dei cambiamenti climatici a livello planetario, nonostante gli stessi accordi di Parigi assegnino loro vincoli non superabili di deforestazione riconoscendone il ruolo fondamentale contro il riscaldamento globale, appare sempre assai lontana la proposta avanzata – poco prima della Conferenza di Rio del ’92 – di dichiarare l’Amazzonia patrimonio comune dell’umanità o di elaborare una Convenzione internazionale vincolante sulle Foreste.

È ineludibile la sottoscrizione di una Convenzione internazionale sul modello della Convenzione Antartica che sottragga per sempre la foresta pluviale sudamericana allo sfruttamento distruttivo e all’estrattivismo, riservandola alle popolazioni indigene e al loro benessere, allo studio e alla ricerca, unitamente alla funzione in favore del clima che le è propria.

Occorre mettere in rilievo che le uniche parti della foresta conservate e protette sono quelle poste all’interno delle riserve indigene demarcate: solo per fare un esempio la riserva Uru-Eu-Wau-Wau misura circa 7.200 miglia quadrate e circa 200 tribù di diversi sottogruppi indigeni vivono in villaggi ai margini insieme con un numero sconosciuto di indigeni “isolati” che non hanno un contatto diretto con il mondo esterno e risiedono più in profondità all’interno dei confini.

Utilizzando le immagini satellitari, il Social Environmental Institute del Brasile ha concluso che solo il 2 percento della riserva è disboscato, rispetto al 70% dell’area circostante.

Inutile che faccia l’elenco dei nomi con cui sono conosciuti coloro che vengono utilizzati per l’assalto alla foresta: garimperos, grilleros, posseiros e così via, che armati tendono a farsi spazio da soli.

È una battaglia che non conosce soste né consente di stabilire punti fermi: qualunque conquista anche la più solida è messa a repentaglio.

Faccio un esempio legato ad una esperienza personale di cui sono stato sempre molto orgoglioso: nel 1992 a Rio, con alcuni aiuti, riuscii ad incastrare Gabriele Cagliari, allora presidente dell’Eni e ad obbligarlo ad incontrare una decina di capi Xavante in una sala di un albergo a Capocabana. In quella occasione Cagliari, costretto ad ascoltare i discorsi per lui incomprensibili dei capi, in cui la parola “mata”, foresta, risuonava ininterrottamente, ricevuto un piccolo bastone di comando, si impegnò di fronte alla stampa di restituire Suia Missù.

Sono passati 27 anni, le terre sono state restituite e demarcate, il cacique Damiao Peradzadè è riuscito a dimostrare in modo incontrovertibile che esse erano appartenute da sempre agli Xavante e infine, dopo mille vicissitudini, nel 2012 gli agricoltori (posseiros) che avevano occupato illegalmente la terra sono stati espulsi per ordine del tribunale. 

Nonostante i pubblici ministeri abbiano avvertito che avrebbero contrastato qualsiasi invasione della riserva Marãiwatsédé del popolo Xavante con una “risposta energica” il quotidiano brasiliano O Globo ha riferito che Nelson Barbudo – il deputato dello stato più popolare e alleato di Bolsonaro, avrebbe incoraggiato l’invasione, definendo la loro rimozione “un crimine contro i produttori“.

Le invasioni di terre indigene sono passate da 59 nel 2016 a 96 nel 2017, secondo il rapporto annuale del CIMIViolenza contro gli indigeni in Brasile“. Lo studio ha evidenziato che “si può vedere un aumento significativo delle invasioni; furto di risorse naturali come legname e minerali; caccia e pesca illegali; contaminazione del suolo e delle acque da parte dei pesticidi; e incendi, tra le altre azioni criminali.” Il 2018 è stato anche uno degli anni più sanguinosi del Brasile per la violenza legata alle controversie sulla terra, con almeno 70 omicidi, secondo la Comissão Pastoral da Terra.

Se i grandi latifondisti ancora assoldano pistoleri e sicari di professione, ma utilizzano anche grandi catene di comunicazione, i popoli indigeni sono oggi in prima fila con grande forza per la difesa della foresta e nell’opposizione alle politiche di governo.

Gli stessi gruppi che sostengono Bolsonaro e i suoi, paradossalmente, vivono una sorta di schizofrenia: gli allevatori che beneficiano delle politiche lassiste e anti-ecologiste del governo, hanno dovuto provare a convincerlo ad ammansire la sua retorica incendiaria, per paura di un boicottaggio internazionale delle loro merci.

Attualmente Bolsonaro cerca anche di definire una risposta politica per disarticolare e delegittimare chi oggi si mobilita per l’ambiente, e per ridisegnare a tavolino i paradigmi stessi dell’indigenismo e dell’ambientalismo, criminalizzando le ONG con l’accusa di appiccare gli incendi, deridendo e delegittimando le rivendicazioni dei popoli indigeni, con una strategia di “divide et impera” che vuole anteporre a tutto un sedicente interesse nazionale, una sovranità di facciata.

 Non è certo un caso che sia insorto indignato all’annuncio del Sinodo Amazzonico che si sta tenendo in Vaticano. Come il suo compare Salvini. E infine c’è poi il “lawfare”, la lotta a colpi di leggi fatte o smantellate con cui, con sistematicità, sta provvedendo a disarticolare l’architettura di governo e controllo ambientale, dall’IBAMA che ha come compito quello della “fiscalizzazione”, del controllo delle pratiche illegali, dall’estrazione al commercio, al Ministero dell’Ambiente. L’obiettivo: la soppressione di tutte le leggi per la tutela dell’ambiente

Negli anni gli indigeni sono stati affiancati da grandi ONG, come il WWF, Greenpeace e altre che hanno condotto anche campagne mirate ad esempio contro il taglio degli alberi il cui legno è considerato pregiato, da Campagne come la Nord Sud, che ha avuto tra i suoi protagonisti Alex Lager, che hanno coniugato insieme le questioni ecologiche con quelle umanitarie e dei diritti delle popolazioni indigene, da artisti e cantanti che hanno reso nota al grande pubblico la drammatica realtà degli indios : tutto ciò però non è bastato.

Ora però le popolazioni indigene, le Ong e la natura hanno un formidabile alleato, Papa Francesco, che ha voluto caratterizzare il suo pontificato prima con la enciclica Laudato si’, e poi ora con il Sinodo sull’Amazzonia.

Da esso si stanno levando parole che ci confortano: più impegno per i diritti dei popoli indigeni, necessità di assicurare loro strumenti giuridici e legali per garantire il loro diritto alla autodeterminazione e tutelare l’inviolabilità dall’estrattivismo predatorio, condanna nei confronti di un modello di sviluppo che distrugge la natura, gli incendi che la devastano, la corruzione che dilaga, l’inquinamento che compromette e minaccia la salute.

Anche in Parlamento Bolsonaro comincia a registrare le prime sconfitte: è stata approvata una legge che restituisce l’autonomia della Fondazione Nazionale dell’Indio (FUNAI), ente preposto alla demarcazione delle terre indigene come stabilito dalla costituzione del 1988. Ha tentato di mettere la FUNAI sotto la competenza del ministro dell’agricoltura, di fatto subordinando i diritti degli indigeni a quelli del grande latifondo e dell’agribusiness ma, immediatamente dopo il voto al Congresso, ha emanato un decreto che annullava la legge, poi invalidato dal Tribunale Supremo Federale.

Numerose donne sono ora alla testa della resistenza contro Bolsonaro, occupano posizioni importanti, sono in Parlamento, donna è la presidente, per la prima volta nella sua storia, della Federazione delle Organizzazioni Indigene dell’Amazzonia Brasiliana (COIAB).

Nello stesso tempo sotto il profilo economico stanno sempre più prendendo piede e assumendo autorevolezza le ricerche e le proposte che sotto il profilo economico mettono in risalto la possibilità di uno sviluppo economico e sociale delle popolazioni indigene basato sul rispetto totale della natura, secondo modalità sperimentate in 10 mila anni di presenza dell’uomo nella foresta, realizzando un equilibrio fra il sapere tradizionale e la scienza e tecnologia moderna.

Importanti esempi e indicazioni ci vengono direttamente dal Sinodo, che vede presenti anche scienziati e premi Nobel, ed anche da ONG che stanno mettendo in evidenza, ad esempio, come talune coltivazioni di piante della foresta renda 8 volte di più rispetto alle coltivazioni di soia.

L’unica strada è quella di rafforzare la relazione positiva fra gli esseri umani e la natura, aggredendo così le cause che sono alla radice della distruzione della foresta, aiutati e sostenuti in questo dallo straordinario movimento planetario in difesa del clima che è senza dubbio il principale alleato di popoli indigeni e comunità autoctone che, secondo il Rights and Resources Institute (RRI), proteggono e curano le foreste e le terre, contribuendo notevolmente alla mitigazione dei cambiamenti climatici, conservando e quindi non immettendo nell’atmosfera 300 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, l’equivalente di sette volte le emissioni globali del settore energetico nel 2017. 

Sauro Turroni

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