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	<title>Verdi per la Costituente Ecologista &#187; Pace</title>
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	<description>Federazione Regionale dei Verdi dell&#039;Emilia Romagna</description>
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		<title>I Verdi insistono sul taglio delle spese militari</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 10:36:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bortolini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Pace]]></category>
		<category><![CDATA[spese militari]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La riduzione delle <strong>spese militari</strong> comincia a non essere più un tabù per i media anche se il governo Monti, sull&#8217;argomento, continua a tacere. La battaglia che i Verdi hanno portato avanti da mesi, producendo anche <strong><a href="http://www.verdi.it/images/DOSSIER_PORTA_PORTESE_DEF.pdf" target="_blank">il dossier &#8220;Gli intoccabili&#8221; (scaricabile sul web)</a></strong>, ha fatto capolino sui media, a partire dai telegiornali e un <strong><a href="http://temi.repubblica.it/repubblica-sondaggio/?pollId=2979" target="_blank">sondaggio di opinione</a></strong>. Perfino su Twitter la parola <strong>F35</strong> era diventato un trend.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il ministro della Difesa di Paola ha affermato di non avere alcuna intenzione di bloccare l&#8217;acquisto dei <strong>131 caccia bombardieri</strong> F-35, sostenendo che l&#8217;Italia sarebbe sata costretta a pagare ingenti somme in caso di disdetta. Tesi però confutata da <strong><a href="http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=3201" target="_blank">un&#8217;inchiesta di Altreconomia</a></strong>, che sostiene che il nostro Paese non debba pagare penali in caso di rinuncia. </p>
<div>
<p style="text-align: justify;">«Le posizioni del ministro della Difesa Di Paola sono incompatibili con l&#8217;emergenza economica e sociale che vive l&#8217;Italia». Lo dichiara <strong>il Presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli</strong> che aggiunge: «E&#8217; immorale che mentre ci sono stati fortissimi tagli alle pensioni, alla sanità e al trasporto pubblico la super casta degli armamenti non paghi neanche un centesimo e continui a fare profitti».</p>
<p style="text-align: justify;">Bonelli ha mandato una lettera al presidente del Consiglio Mario Monti, chiedendo esplicitamente di coinvolgere la difesa per la riduzione delle spese partendo dagli armamenti. «Perché il premier non risponde sul tema della riduzione delle spese per gli armamenti? Perché l&#8217;Italia non può seguire l&#8217;esempio della Germani anche nel 2010 ha ridotto le spese per gli armamenti di 10 miliardi di euro?».</p>
<p style="text-align: justify;">Il leader ecologista ha ricordato anche alcuni dati che confermano quanto sia esagerata la spesa militare dell&#8217;Italia: «La spesa militare pro-capite in Italia ha raggiunto la cifra di 598 dollari: più di quella della Germania che si ferma a 550 dollari o del Giappone che arriva a 441 dollari &#8211; spiega il leader ecologista -. Ogni anno ogni italiano paga per gli armamenti più di un tedesco, di un giapponese, di un russo, di un cinese e di un indiano». Tutto questo in un contesto in cui anche gli Stati Uniti hanno deciso di <strong><a href="http://www.repubblica.it/esteri/2012/01/03/news/difesa_usa-27544138/" target="_blank">ridurre consistentemente la spesa per il Pentagono e per i caccia F35</a></strong>. </p>
<p style="text-align: justify;">Da tagliare comunque non ci sono solo i discussi caccia bombardieri. E&#8217; lo stesso Bonelli a ricordarlo: «Le spese per l&#8217;acquisto di armamenti sono ormai a cifre da in Italia cicapogiro: oltre 43 miliardi di euro. Non ci sono solo gli F-35 che costeranno oltre 15 miliardi ma l&#8217;ultima trance del programma per i caccia Eurofighter (5 miliardi); l&#8217;acquisto di 8 aerei senza pilota (1,3 miliardi); l&#8217;acquisto di 100 nuovi elicotteri NH-90 (4 miliardi); l&#8217;acquisto di 10 fregate FREMM (5 miliardi); 2 sommergibili militari (1 miliardo); il programma per i sistemi digitali dell&#8217;Esercito che costerà alla fine oltre 12 miliardi di euro &#8211; conclude Bonelli -. Chiediamo al governo Monti di tagliare subito le spese per gli armamenti di almeno 12 miliardi di euro»</p>
<p style="text-align: justify;">da <a href="http://www.verdi.it">www.verdi.it</a></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>sulla Libia il Movimento Nonviolento</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Mar 2011 15:54:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Pace]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[nonviolenza]]></category>

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		<description><![CDATA[LIBIA La prima fondamentale direttrice d&#8217;azione del Movimento Nonviolento è l&#8217;opposizione integrale alla guerra “Noi dobbiamo dire no alla guerra ed essere duri come pietre” (Aldo Capitini) “Meglio un anno...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>LIBIA</p>
<p>La prima fondamentale direttrice d&#8217;azione del Movimento Nonviolento è  l&#8217;opposizione integrale alla guerra</p>
<p>“Noi dobbiamo dire no alla guerra ed essere duri come pietre” (Aldo Capitini)</p>
<p>“Meglio un anno di negoziati che un giorno di guerra” (Alexander Langer)</p>
<p>Sul perché condanniamo l&#8217;intervento, non firmiamo appelli, cerchiamo di  capire e lavoriamo per fare della Marcia Perugia-Assisi un&#8217;occasione di  crescita nonviolenta per tutto il movimento pacifista.</p>
<p>Difendere le vittime inermi è doveroso. Quando qualcuno interviene per  tutelare i diritti umani e salvare una vita, è una buona notizia. Da  quando il samaritano ha soccorso il poveretto incappato nei briganti  sulla strada di Gerico, è sempre stato così. Era dovere della comunità internazionale mobilitarsi per impedire che a  Bengasi potesse avvenire un massacro (nel 1996 l&#8217;Europa si macchiò di  “omissione di soccorso” quando non fece nulla per impedire il genocidio  a Srebrenica). L&#8217;obiettivo delle due risoluzioni dell&#8217;Onu (n. 1970 e 1973) sulla crisi  libica  è quello di proteggere i civili, gli insediamenti urbani e  garantire assistenza umanitaria. L&#8217;uso della forza viene invocato per  limitare i danni che già sono in corso sul campo, affermando il chiaro  rifiuto dell&#8217;opzione di occupazione militare straniera, la priorità del  cessate il fuoco e della soluzione politica, il rafforzamento  dell&#8217;embargo militare e commerciale, il riconoscimento del ruolo  prioritario della Unione Africana, della Lega Araba, della Conferenza  Islamica. Ci sono però due cattive notizie. La prima è il ritardo spaventoso (e  l&#8217;ambiguità) con cui si è mossa la diplomazia degli stati, e la seconda  è che l&#8217;Onu non dispone di una forza di polizia internazionale  permanente ma deve affidarsi, di volta in volta, agli eserciti degli  stati membri (articoli 43-49 della Carta della Nazioni Unite, in questo  caso Francia, Inghilterra, Stati Uniti). Quando la parola passa dalla diplomazia alle armi, succede che le  operazioni militari si trasformano subito in guerra. E&#8217; quello che sta  accadendo in Libia. Gli strumenti utilizzati (bombardieri, caccia,  tornado, missili, incrociatori, portaerei, sommergibili, ecc.) sono  quelli tradizionali della guerra, gli unici disponibili, pronti,  efficienti. Come nei Balcani, come in Iraq, come in Afganistan, viene  messa in campo solo l&#8217;opzione militare, l&#8217;unica che è stata  adeguatamente preparata e finanziata. Una cosa è certa: non sarà con  un&#8217;altra guerra che la democrazia  potrà affermarsi nel mondo arabo.</p>
<p>Appelli che cadono nel vuoto</p>
<p>Subito dopo l&#8217;annuncio del primo raid aereo, hanno iniziato a circolare  in “rete” gli appelli pacifisti. Ci sono quelli “senza se e senza ma”  che dicono: “non ci può essere guerra in nome dei diritti umani”; e  quelli “realisti” che dicono: “l’uso della forza serve ad impedire  ulteriori massacri”. Noi non firmiamo appelli che non contemplino una precedente opzione per  la nonviolenza costruttiva, né convochiamo mobilitazioni che si limitino  a proteste e condanne di ciò che è già avvenuto. Non basta mettere a  verbale il nostro “no” alla guerra. Certo, meglio che niente, ma bisogna  aggiungere una parola in più: quando la guerra inizia nessuno riesce a  fermarla; bisogna prevenirla una guerra, affinché non avvenga. Lo si può  fare solo non collaborando in nessun modo alla sua preparazione. Quando la prima bomba è stata sganciata, ormai lo sappiamo bene, a nulla  serve dire “basta”, essa cadrà e molte altre ne seguiranno. La guerra,  una volta accettata, conduce a tali delitti e tali stragi che è assurdo  pensare di farla e contenerla. Come in un terremoto, l&#8217;unica possibilità  – se non si sono adottate serie misure antisismiche – è il “si salvi chi  può”. Poi, i sopravvissuti dovranno pensare alla prevenzione per rendere  innocuo il terremoto successivo. Ma troppo spesso capita che, passata la  prima paura, se ne dimenticano e anche il prossimo terremoto li coglierà  impreparati. Il limite di molti appelli è quello di rivolgersi ai governi e alle  istituzioni per chiedere a loro di fare la pace. C’è un’inscindibile  correlazione fra mezzi e fini: come possiamo aspettarci scelte di pace  da governi (compreso quello italiano) che mantengono gli eserciti e le  loro strutture, che finanziano missioni militari, che aumentano le spese  belliche, che accettano il traffico legale e illegale di armi? Chiediamo  ai governi di ridurre le spese militari, e regolarmente, finanziaria  dopo finanziaria, queste spese aumentano esponenzialmente. Insistere in  quest’errore di ingenuità diventa una colpa. La pace non verrà dai  governi che utilizzano lo strumento militare, ma potrà venire solo dai  popoli che rifiuteranno di collaborare con essi. E’ a noi stessi, dunque, che dobbiamo rivolgere gli appelli per la pace.</p>
<p>Distinguere la violenza dalla forza</p>
<p>Per uscire dall’apparente contraddizione fra chi è sempre, e comunque,  contro la guerra e chi è favorevole, a volte, ad azioni anche armate,  bisogna saper vedere la differenza che c’è tra la violenza e la forza;  tra la polizia internazionale e l&#8217;esercito. Gli amici della nonviolenza  sono sempre stati favorevoli al Diritto e alla Polizia, due istituzioni  che servono a garantire i deboli dai soprusi dei violenti. E’ per questo  che da anni sono impegnati, a partire dalle iniziative europee di  Alexander Langer, per lo studio, la ricerca, la sperimentazione e  l’istituzione di Corpi Civili di Pace. Gli amici della nonviolenza  chiedono la diminuzione dei bilanci militari e il sostegno finanziario  alla creazione di una polizia internazionale, anche armata, che  intervenga nei conflitti a tutela della parti lese, per disarmare  l’aggressore e ristabilire pace e diritto. Contemporaneamente al  sostegno di questi progetti, gli amici della nonviolenza sono contro la  preparazione della guerra (qualsiasi guerra: di attacco, di difesa,  umanitaria, chirurgica o preventiva), contro il commercio delle armi,  contro gli eserciti nazionali, contro i bilanci militari e lo fanno  anche con le varie forme di obiezione di coscienza. La proposta politica  dei nonviolenti è quella di uno stato che rinunci al proprio esercito  nazionale, e si impegni a fornire mezzi, finanziamenti e personale per  la polizia internazionale di cui si dovrà dotare l&#8217;Onu. La diplomazia la fanno i governi, ma la nonviolenza la fanno i popoli.</p>
<p>Le responsabilità di Gheddafi e dell&#8217;Europa</p>
<p>Dobbiamo perciò perseguire con sempre maggiore decisione la strada della  distanza da qualsiasi regime che violi i diritti umani e democratici,  denunciando con forza le responsabilità dei nostri governi e del loro  servilismo davanti a un personaggio come Gheddafi (e al suo gas e  petrolio) che per oltre 40 anni ha occupato la scena con politiche che  hanno sponsorizzato ogni tipo di violazione di qualsivoglia diritto, ha  nutrito le guerre e le destabilizzazioni che hanno martoriato un buon  numero di paesi africani dal Ciad, al Niger, al Burkina Faso, alle  sanguinarie guerre di Liberia, Sierra Leone e del Darfur, finanziando le  milizie armate. I mercenari al soldo di Gheddafi sono il frutto delle  diaspore di oltre 40 anni di destabilizzazione, sono persone che non  hanno nulla da perdere. Lo sbocco per tanti giovani del continente  africano, ovvero l&#8217;emigrazione, è stata messo dall&#8217;Europa sotto la  custodia interessata di Gheddafi e della sua polizia che taglieggia,  stupra, ricatta, vende e rivende i poveracci che speravano di trovare  una via di salvezza al di là del Mediterraneo. Sono migliaia e migliaia  i profughi dimenticati del Bangladesh che fuggono dalla Libia verso la  Tunisia, nella speranza di un viaggio della disperazione verso casa. Per questi disperati i governi europei non si sono mossi. Così come è  passata del tutto inosservata la feroce repressione da parte delle forze armate saudite del movimento che  chiedeva libertà e democrazia nel Bahrain (arcipelago del Golfo persico  fra l&#8217;Arabia Saudita e il Qatar).</p>
<p>Per la pace e la fratellanza fra i popoli</p>
<p>Agitarsi, lamentarsi, angosciarsi, non serve. La prima risposta,  immediata, che possiamo dare è quella di offrire soccorso concreto alle  vittime, e poi di un rafforzato impegno per sostenere la nonviolenza  organizzata. Fra sei mesi si svolgerà la Marcia Perugia-Assisi, nel  cinquantesimo anniversario della prima edizione, quella pensata ed  organizzata da Aldo Capitini. All’indomani della Marcia del 24 settembre  1961 lo stesso Capitini volle dare vita al “Movimento Nonviolento per la  pace”, per avere a disposizione uno strumento utile al proseguimento  delle istanze emerse dalla Marcia stessa e al lavoro “per l&#8217;esclusione  della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita  sociale, al livello locale, nazionale e internazionale”. Al primo punto  del programma del Movimento, Capitini indicò “l’opposizione integrale  alla guerra”. Dopo cinquant’anni il cammino deve ripassare da lì. Per  questo abbiamo assunto l&#8217;impegno, come Movimento Nonviolento, di  promuovere questa Marcia, che deve essere l’occasione per “mostrare che  la nonviolenza è attiva e in avanti, è critica dei mali esistenti, tende  a suscitare larghe solidarietà e decise noncollaborazioni, è chiara e  razionale nel disegnare le linee di ciò che si deve fare nell&#8217;attuale  difficile momento”. E poi “pronto, dopo la Marcia, a lavorare ad un  Movimento nonviolento per la pace”. Sono parole di Capitini di  straordinaria attualità, pronunciate nel 1961 (mentre la guerra  infiammava il Vietnam e il Congo), valide per il 2011 (mentre la guerra  infiamma l&#8217;Afganistan e la Libia). L&#8217;appuntamento è per il prossimo 25 settembre alla Marcia Perugia-Assisi  per la pace e la fratellanza fra i popoli. Vogliamo che sia  “un&#8217;assemblea itinerante”, il momento conclusivo di una  discussione/mobilitazione che avviamo da subito. Un passo che ciascuno  può  fare contro la guerra e per la nonviolenza.</p>
<p>Movimento Nonviolento <a href="http://www.nonviolenti.org/">www.nonviolenti.org</a> Verona, 21 marzo 2011</p>
<div>[Movimento Nonviolento Via Spagna, 8 37123 Verona (Italy)  Tel. 045 8009803 Fax. 045 8009212 <a href="http://www.nonviolenti.org/">www.nonviolenti.org]</a></div>
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		<title>935 bugie per poter fare la guerra in Iraq</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jan 2008 07:17:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Ronchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pace]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“Sono 935 le dichiarazioni false, relative alla sicurezza nazionale e alla minaccia costituita dall’Iraq di Saddam Hussein, rilasciate dal presidente George W. Bush e sette alti responsabili della sua amministrazione nei due anni seguiti all’11 settembre 2001”: lo documenta uno studio pubblicato oggi da due organizzazioni americane indipendenti, il Center for public integrity e il Fund for independence in journalism.</p>
<p><a href="http://www.alessandroronchi.net/2008/01/25/935-bugie-per-poter-fare-la-guerra-in-iraq/">935 bugie per poter fare la guerra in Iraq &#8211; Alessandro Ronchi</a></p>
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