Scompare la terra a causa degli astri malefici

Pubblicato da segreteria il

“Il consumo del suolo è una minaccia inarrestabile”: il lettore rilegge il titolo tre volte, incredulo, fino a dovere riconoscere che quanto legge non è illusione: la cover story del numero di settembre di Agricoltura, il mensile dell’Assessorato regionale dell’agricoltura, titola esattamente così.

I dati con cui il solerte redattore dimostra la drammaticità  del fenomeno sono obiettivamente inquietanti: “I dati di Corine Land Cover (Versione 13/2010) indicano per l’Emilia-Romagna una perdita media di suolo agricolo di circa tre ettari/giorno (2,73 nel periodo 1990-2000 e 2,51 tra il 2000 ed il 2006). Tuttavia dati più accurati prodotti a livello regionale consentono di stimare un valore di circa otto ettari/giorno, nel periodo 1976-2003, e addirittura di 10 ettari/giorno nel periodo compreso tra il 2003 ed il 2008″.

Scrive al proposito la sezione regionale di Italia Nostra sul sito eddyburg.it: “Conquistando un ambito primato nazionale, la Regione Emilia-Romagna avrebbe coperto di cemento, nell’arco temporale compreso tra il 2003 e il 2008, dieci ettari di suoli agricoli ogni giorno. E’ sufficiente una semplice moltiplicazione per verificare che il dato corrisponde alla sottrazione, alla sola agricoltura emiliana e romagnola, ogni quattro anni, della potenzialità  produttiva di un milione di quintali di frumento.

Siccome il pane quotidiano degli italiani corrisponde al fabbisogno di 70 milioni di quintali annui, e la sottrazione del suolo agricolo ha privato l’agricoltura nazionale, negli ultimi venti anni, della superficie equivalente a 60 milioni di quintali (che, per non rinunciare a colture diverse, l’Italia sarà  per sempre costretta a importare), il contributo emiliano romagnolo alla distruzione della risorsa necessaria alla prima esigenza di qualunque società  umana è palese e inquietante.

Se consideriamo la travolgente rivoluzione imposta ai mercati mondiali delle derrate dalla nuova domanda asiatica e dalla decisione americana di convertire in carburante un quarto della propria produzione cerealicola, dobbiamo riconoscere di essere di fronte a un autentico delitto contro le generazioni future”.

Il periodico ufficiale dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione proclama che la conversione dei campi sarebbe una minaccia inarrestabile; il che significa, tale che nessuno potrebbe arrestarla. Rileggo il titolo, verifico, in prima pagina ,chi diriga la pubblicazione, constato che è lo stesso autorevole assessore all’agricoltura. L’incredulità  allora si converte in sconcerto e lo sconcerto assume le connotazioni dello sgomento.

E sorge automaticamente la domanda: lo sviluppo regionale è un processo di cui è possibile il controllo? Ed è legittimo che vi sia chi proclama di indirizzarlo secondo i criteri della “sostenibilità “? O invece è fenomeno che si sottrae ad ogni umano potere, soggetto alle influenze di astri malevoli? Si dica però agli elettori che non esiste assessorato regionale in grado di controllare il divenire dell’ambiente e si riconosca, per coerenza, che chi si proclama tutore dello sviluppo “sostenibile” gioca sul soddisfacimento dei bisogni essenziali delle generazioni future.

Ma è mai possibile che l’assessore di oggi (e l’intera Giunta regionale), e prima di lui i suoi predecessori, non abbiano percepito che l’entità  della progressiva sottrazione dei suoli agricoli in Emilia-Romagna costituisce un autentico delitto verso la sicurezza delle generazioni future?

Che la minaccia inarrestabile fosse ignota non sembra credibile. Soprattutto, ad esempio, scendendo alla scala provinciale e arrivando a Modena, dove la Giunta provinciale ha proclamato, in diverse circostanze, la propria ferma determinazione ad arrestare la conversione in cemento dei suoli agrari (ma potremmo constatarlo per ognuna delle altre Province della regione), dichiarando che quella conversione si misura, sul territorio provinciale, in 350 ettari all’anno (2005), entità  enorme per un territorio in parte rilevante montagnoso e nel quale i suoli di reale valore agrario costituiscono un capitale sicuramente prezioso.

Se sono lodevoli i proclami, attraversare le campagne modenesi (ma anche quelle reggiane e parmensi) su una qualsiasi delle strade che le solcano, impone la domanda sulla coerenza di chi li emana. Per esempio, percorrendo la Fondovalle Panaro arriviamo a Marano che ha sepolto, con una sola operazione edilizia, i meravigliosi terreni su cui fiorivano orti e frutteti, raddoppiando così la superficie del proprio insediamento urbano (ma di casi analoghi ne è pieno il nostro territorio).

Come è stata possibile una simile impresa dopo il solenne impegno degli amministratori provinciali a frenare la distruzione del territorio agricolo? O coloro che governano quel paese sul Panaro hanno violato regole che lo vincolavano, o chi a Modena (ma anche in Regione) ha proclamato l’arresto dell’urbanizzazione selvaggia non diceva sul serio.

Categorie: Generale

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