Paolo Galletti; prosegue il dialogo con Marco Martinelli

Pubblicato da Duilio Cangiar il

Paolo: Parto da una citazione di Ennio Flaiano, da Autobiografia del blu di Prussia: “L’amor che muove il cielo e le altre stelle. Ecco un verso di Dante che vede oltre il telescopio di Galileo. Quando la Scienza avrà messo tutto in ordine, toccherà ai poeti mischiare daccapo le carte”. A parte un ottimismo eccessivo di Flaiano sulla Scienza che in questa recente vicenda pandemica ha mostrato tutti i suoi limiti, e quindi faremmo bene a parlare di scienze, con la minuscola, mi pare giusto il richiamo a qualcosa che vada oltre il telescopio di Galileo.

Marco: Noi siamo figli di una generazione che ha esaltato il “moderno”. Ricordi Vita di Galileo di Bertolt Brecht? Stavamo tutti dalla parte di Galileo Galilei, non dalla parte dei cardinali che lo spinsero all’abiura: ed era sacrosanto prendere parte con chi cercava di affermare una verità, che era la terra a girare e non il sole, contro un potere all’epoca oscurantista. Quello che forse non coglievano i nostri “maestri” di allora era che quella di Galileo era solamente “una” verità, non la Verità, che è affare assai complesso, fatto di tante e tante e spesso imprendibili verità.

Paolo: E’ la questione della “maiuscola” di cui parla Flaiano.

Marco: Infatti. La Scienza usa spesso la maiuscola pensando a se stessa come alla nuova religione, ma così facendo ricrea dogmi e cardinali. E come quelli, davanti a una provocazione della realtà così improvvisa come è stato il coronavirus, balbetta impotente. Dovremmo sempre ricordarci quello che disse Isaac Newton, il gigante della scienza moderna, alla fine della sua vita: mi sento come un bambino che ha giocato tutto il tempo sulla spiaggia, che ha conosciuto la forma di un sasso e di una conchiglia, e davanti a me continua a stare l’oceano del reale, il grande Mistero.

Paolo: Ci servirebbero maestri come Gregory Bateson per rimettere a posto i punti cardinali di una visione adeguata?

Marco: Bateson andrebbe letto e riletto, nelle scuole soprattutto. I suoi metaloghi aiutano a vedere la questione da un altro punto di vista. Le scienze naturali procedono per accumulazione di sapere: la vita, e con lei forme di sapienza come l’arte e la filosofia, no. Nei  risultati empirici delle scienze naturali non puoi tornare indietro: la terra non è piatta, han voglia di gridare certi complottisti. Invece nell’arte e nella filosofia e nella vita succede sempre, in quei territori dove le nuove generazioni sbagliano e fanno esperienze sulla propria pelle nonostante tutti i buoni consigli di chi le precede. Picasso innova ritornando ai totem africani, Bacon inventa rileggendo Velazquez, Heidegger interroga i presocratici. E’ ovvio che non sono semplici ritorni, perché attraverso quel volgere lo sguardo al passato si inventa il nuovo. Ecco che allora, senza accantonare Galileo, possiamo sì intrecciare i versi di Dante o certe riflessioni di vertiginose di Sant’Agostino agli scritti di Bateson sulla “poesia e il sacro”: vi è in quelle pagine uno sguardo alla profondità del reale che va “oltre”, che si spinge in territori diversi dalle conquiste della scienza, che le accetta e le ridimensiona allo stesso tempo. Gli esseri umani sono qualcosa di più di quello che si legge in un microscopio o in una statistica, sono desiderio e fame di felicità, sono ricerca di verità in mezzo ai guai oscuri e alle tempeste dell’esistenza. E gli artisti lo sanno bene, hanno questa umiltà (quelli veri, intendo) che gli nasce dall’aver preso bastonate fin da piccoli: uno per tutti, Alberto Giacometti, che diceva: “l’arte mi interessa molto, ma la verità m’interessa infinitamente di più.”

Paolo: A proposito di scienze e ragione ricordo Horkheimer e Adorno nella loro Dialettica dell’Illuminismo, che immaginano la ragione umana come un fuoco acceso, un bivacco nel buio della notte. Si vede alla luce del fuoco, lo spazio circostante. Ma il buio intorno è immenso.

Marco: E a me viene in mente Pascal, grande genio matematico in pieno Seicento, l’inventore della prima macchina calcolatrice, contemporaneo di Galileo e di Cartesio, che diceva che il passo più grande della ragione è riconoscere quante cose la superano. Siamo andati sulla Luna, ma le domande filosofiche dei Greci, dei medievali, dei contemporanei rimangono le medesime. Siamo creature misteriose, tanto piccole e tanto grandi, in un Cosmo immenso, ma non eterno, non infinito, e ci portiamo sulle spalle l’oggetto più complesso dell’universo: il nostro cervello, l’organo più enigmatico che ci sia in natura, al quale anche il più raffinato robot sta dietro anni luce. Siamo corpo e anima, cervello e inconscio profondo, e siamo proiettati sempre oltre. Perché? E’ sacrosanto continuare a chiederci il perché, come fanno i bambini, come deve fare l’appassionato di conoscenza.

Paolo: I limiti delle scienze e della ragione, strumenti utili e necessari, devono esserci chiari. Altrimenti si rischia una idolatria pericolosa, già sperimentata nella storia.

Marco: E’ strano, a pensarci bene, che ci sia ancora in giro una visione così arrogante e ottocentesca: il Novecento, dalla meccanica quantistica al Big Bang, ha mandato all’aria i dogmi del materialismo e del positivismo. Le scienze non hanno svelato “il segreto ultimo”, non hanno ucciso l’incanto del mondo. Ci sta provando l’economia, questo sì, a ridurre tutto a merce, a prezzo. Ma più approfondiamo la conoscenza, più sprofondiamo nell’Enigma, più dovremmo farci umili, come il bambino di Newton sulla spiaggia. Le parole di Newton coincidono con quello che oggi confessano i fisici più onesti, vedi Guido Tonelli, uno dei protagonisti della scoperta del bosone di Higgs al CERN di Ginevra, che “conosciamo a malapena il 5 per cento della materia esistente”.

Paolo: “Scienza e coscienza” era il titolo di una bella rivista degli anni ottanta. Alla visione dogmatica poi si contrappone spesso una sorta di cialtroneria avallata dai social. Non siamo messi molto bene, cosa ne pensi?

Marco: Ah, i social. Dove si gareggia a chi la spara più grossa… appunto, i terrapiattisti…

Paolo: Mi sono chiesto spesso: ma deviare l’attenzione sulle scie chimiche quando gli aerei inquinano da matti senza scie chimiche non è forse un complotto per screditare gli ecologisti? Mi sono ricordato di Matt Damon nel film Promised Land, falso ambientalista inviato dalle compagnie petrolifere per screditare la battaglia contro lo sfruttamento dello shale oil. Che siano i complottisti ad essere inconsapevoli strumenti di un complotto?

Marco: Il maledetto problema, con i complotti, è che non è mai questione di bianco o nero, di essere complottisti o anti-complottisti per presa di posizione: posta così si abdica al pensare, e si fa di tutte le erbe un fascio. Possiamo infatti negare l’esistenza di complotti contro gli esseri umani? Non mi pare: è come negare la luce del sole, la Storia ce ne racconta di “veri” a bizzeffe. E nello stesso tempo gli esseri umani sono portati alla creduloneria e ai “falsi” complotti fin dai tempi più antichi, portati a bere le fandonie più assurde, a seguire i ciarlatani e i maghi da strapazzo: è una malattia di cui è difficile trovare la medicina, e l’unica medicina possibile è vagliare in modo critico e attento tutto quello che ci viene “raccontato”. Mi è capitato di affrontare la questione anni fa, quando nel 2012 con le Albe ho messo in scena Pantani, sulla vita del grande ciclista romagnolo, tentando di sfatare la “leggenda nera” che lo aveva portato a una tragica morte. Molti mi davano del “complottista” senza neanche aver visto lo spettacolo, mentre io volevo solo vederci chiaro, e mettevo in scena dei dati, dei “fatti” su cui invitavo lo spettatore a riflettere. Addirittura il funzionario dell’ Einaudi ha rifiutato di pubblicare il testo, premettendo che era scritto in modo “eccellente”, pieno di “invenzioni drammaturgiche”, ma che lui non era d’accordo: Pantani era un drogato!

Paolo: Ma poi Sossella il testo lo ha pubblicato, e lo spettacolo è stato un grande successo, hai vinto anche il premio Ubu – che è l’Oscar del teatro italiano – per la drammaturgia.

Marco: Era bellissimo ogni sera vedere arrivare a teatro i due popoli, entrambi diffidenti: gli appassionati di teatro, che si chiedevano perché mai le Albe mettevano in scena uno spettacolo sul ciclismo, e gli appassionati di ciclismo, che non avevano mai messo piede in un teatro, entravano in platea guardandosi attorno smarriti, e chiedevano con un velo di apprensione: “ma davvero dura tre ore lo spettacolo?”. Non usciva nessuno: alla fine delle tre ore i due popoli erano diventati uno, uniti da un applauso commosso e da un senso di indignazione e commozione. Molti spettatori mi hanno poi confessato che, a spettacolo finito, le loro idee sulla “questione” Pantani si erano totalmente trasformate.  

Paolo: E la salute che rischia di diventare monopolio della medicina? Un rischio enorme già lucidamente denunciato da Ivan Illic , pensatore da rileggere anche per capire l’oggi. E non solo Illich: tu hai seguito le Università Verdi negli anni Ottanta: ricorderai certamente Aldo Sacchetti, medico igienista, scienziato e filosofo recentemente scomparso.

Marco: Ritorna uno dei nodi più urgenti: la scuola. Quella che i Padri della Costituente definivano “uno dei pilastri della democrazia”. E’ un diritto, quello all’educazione, che è quotidianamente calpestato, se pensiamo a come la televisione e i social si pongono come “guide” nei confronti delle nuove generazioni, nel formare la pubblica opinione. E invece abbiamo bisogno di buoni maestri, di intellettuali che aiutino a ragionare, non a farsi un’opinione, che ci mostrino come tenere insieme i mondi, l’arte e le scienze, la politica e la medicina, la filosofia e lo studio degli ecosistemi,  come appunto facevano Illich e Sacchetti. Io credo ci siano in giro ancora oggi tanti buoni maestri, non sono quelli che mancano, ma poi in televisione ci vanno in genere i soliti noti, ovvero, troppo spesso, degli opinionisti appunto. Se anche avessimo imparato dalla catastrofe del covid-19 soltanto una cosa, che la sanità e la scuola e la cultura non vanno tagliate ma, al contrario, vanno assunte come le culle in cui si forma la vera democrazia, e quindi debitamente finanziate, forse questa catastrofe non sarebbe stata invano. Siamo ancora in tempo per comprenderlo?     


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