DOPO IL VOTO – 1

DOPO IL VOTO

avviamo un dibattito

Dopo il disastroso risultato elettorale, apriamo un confronto

per analizzare in profondità la situazione e per cercare di capire cosa fare.

Questi, i primi interventi:

di Sauro Turroni, Alessandro Ronchi, Francesco Picca, Paolo Fontana.

 

È andata male, inutile girarci intorno.

I motivi sono molti e occorrerà riflettere in modo approfondito e senza indulgenze sulle ragioni di una sconfitta così netta e dura.

I cittadini italiani hanno scelto liberamente con il voto, premiando proposte magari semplificate ma che sono sembrate preferibili alla continuazione della politica in atto, indipendentemente dai risultati.

Ci siamo presentati alle elezioni invocando e proponendo l’unità delle forze democratiche e progressiste, ma non era ciò che i cittadini volevano sentirsi dire, non li riguardava. Né li riguardava il programma articolato e ben fatto, con al centro i temi ambientali che abbiamo predisposto.

Il “prima gli italiani” da una parte e “siamo il rinnovamento e non siamo compromessi col passato fallimentare” sono stati messaggi magari più rozzi e semplificati ma erano ciò che tantissimi volevano sentirsi dire.

In ciò si misura anche il fallimento della politica che non può limitarsi ad inseguire, come ha fatto, la “pancia” della cittadinanza ma deve avere anche funzione educatrice, deve sapere elevare il livello del dibattito, fissare obiettivi alti ed essere capace di farli condividere.

Alcuni anni fa Felipe Gonzales, un grande leader socialista spagnolo, scrisse un articolo dal titolo “Muore un vecchio, brucia una biblioteca”. Da anni invece incendiari dalle varie connotazioni politiche si sono esercitati a fare i piromani, pensando che palingenetiche rottamazioni o un continuo fuoco su ogni quartier generale, la perpetuazione di lanci di monetine e la delegittimazione di ogni istituzione fossero in grado di determinare di per sé un cambiamento positivo. E dire che l’esempio del ‘94, dopo tangentopoli, sarebbe lì a ricordarcelo

Il PD ha partecipato a questo gioco e paga, insieme con gli errori di Renzi, anche la propria volontà di autosufficienza, cambiata tardivamente e in modo poco convincentemente all’ultimo momento come se l’unità delle forze democratiche e progressiste fosse una formuletta da utilizzare alla bisogna e non un progetto di lungo respiro a cui lavorare costantemente.

Abbiamo ritenuto che l’unica possibilità per contrastare la destra regressiva e il populismo potesse essere l’unione di tutte le forze democratiche e progressiste, che sapesse indicare valori e obiettivi comuni ai cittadini, ridando dignità alla politica e per questo abbiamo tentato di costituire una proposta che andasse in questa direzione mettendo appunto insieme le formazioni politiche che condividevano questa proposta.

Il momento storico chiedeva altro, che ci si occupasse del degrado delle tante periferie d’Italia, del conflitto esistente fra le crescenti povertà di tanti connazionali e quelle dei migranti, della situazione delle migliaia di giovani, in particolare del mezzogiorno d’Italia, esclusi da ogni opportunità, sapendo far comprendere il ruolo centrale che per affrontare questi problemi possono esercitare politiche positive nei confronti delle grandi crisi ambientali che incombono sulle nostre teste e sulle nostre economie, a cominciare dai cambiamenti climatici, scomparsi da ogni agenda politica.

Così come non c’era domanda di unità non c’era domanda di più sinistra, lo dimostra il deludente risultato della ennesima scissione che ha certificato il ripetersi di un fallimento più volte ripetutosi anche nella recente storia. Vorremmo loro dire che la politica è costruzione, è ricerca del bene comune, non è regolamento di conti.

Non ci appassiona ora la vicenda riguardante le forze che andranno a costituire il nuovo governo e guardiamo con distacco la resa dei conti che pare profilarsi all’interno del PD, siamo piuttosto impegnati a dare corpo a un nuovo programma comune che sia appetibile e desiderabile per gli italiani, che interpreti il momento attuale e nello stesso tempo sia capace di guardare al futuro, che riteniamo non possa che avere, in sintonia col movimento Verde globale di cui facciamo parte, come base fondante la sostenibilità ambientale e sociale.

Oggi forse siamo al palo. Ma c’è bisogno dei Verdi in Italia, così come in Europa, e siamo pronti a ripartire su basi nuove maturando e sviluppando idee nuove, in grado di essere percepite come fondamentali, doverose, utili e necessarie da parte di tutti i cittadini.

Sauro Turroni

 

Il risultato elettorale è stato disastroso.

Lo 0,5% del Senato e lo 0,6% della Camera sono inferiori al risultato di Casa Pound e Forza Nuova, e probabilmente è lo stesso risultato che avrebbe ricevuto un simbolo qualsiasi all’interno della coalizione. Se avessimo avuto un cattivo risultato, migliore comunque del disastro, potremmo discutere oggi di quello che avrebbe portato una strategia diversa.

La verità è che nessuna scelta, di nessun tipo, ci avrebbe portato ad un risultato dignitoso.

Proviamo ad immaginare uno scenario diverso, con una candidatura fuori dalla coalizione: avere da soli lo 0,8%, oppure anche 1,1%, oltre allo sforzo impossibile di raccogliere le firme, avrebbe giovato al nostro futuro? Io penso di no, perché saremmo stati complici di un risultato che premia i due partiti peggiori del panorama politico che sono entrati in parlamento.

Come possiamo criticare chi si è impegnato? Dobbiamo solo ringraziare chiunque abbia speso il suo tempo per la causa, anche solo per dieci minuti. Oggi è facile parlare, ma chi critica la scelta di far parte del centro-sinistra ipotizzando risultati diversi dimostra a mio parere una certa cecità. La verità a mio parere è riassunta bene in due articoli di Luca Sofri ed Enrico Sola:

https://www.wittgenstein.it/2018/03/05/quanto-vi-crediate-assolti/
https://www.ilpost.it/enricosola/2018/03/05/la-sinistra-inutile/
Le due questioni da considerare oggi sono a mio parere queste:

– ormai passano solo i messaggi super semplificati, aggressivi, facili.

– non è mancata l’offerta politica, anche ambientalista, è mancata la domanda.

Anche i 5 Stelle hanno completamente abbandonato l’ecologia dai loro dibattiti, e l’attenzione si è spostata su altro.

A mio parere questo ultimo governo ha pagato più di quanto doveva. Renzi è lo stesso di 4 anni fa, quando tutti lo adoravano. Forse oggi è pure meglio, meno arrogante del pre-referendum costituzionale.  Guardando le sciocchezze che sono passate su Facebook e su Whatsapp in questi mesi, mi rendo conto che tutti i messaggini stupidi ed “ironici” hanno scolpito, una goccia per volta, la nostra visione. Renzi è diventato progressivamente sempre più antipatico, è passato “di moda”, è diventato in pochi mesi “la vecchia politica”. Il tifo da stadio che l’ha sostenuto nel 2014, immotivato, gli si è rapidamente voltato contro: dichiarare di votarlo non era più “cool”. Le ironie semplicistiche e becere, le bufale, non sono state superficiali ed inutili, non ci hanno fatto solo sorridere, hanno creato un immaginario collettivo.

Non sono stati i programmi a convincere gli elettori, ma questo sentimento.

La Lega Nord era nel Governo Berlusconi del 2011, che ci ha consegnato ai sacrifici di Monti, ed ha visto condannata la famiglia del presidente per truffa ai danni dello Stato!

Di fronte al sentimento ogni ragionamento diventa inutile: impresentabili, responsabilità, inadeguatezza, la Costituzione.

Ci sono temi che dovremo affrontare, come ad esempio l’automazione e l’evoluzione del lavoro nei prossimi 20 anni, oppure una analisi su chi pagherà in futuro i servizi pubblici. Credo che una riflessione sul mondo che verrà vada fatta, non basta riproporre le pur giuste riflessioni che i veri ecologisti ripetono da trent’anni. Non basta dire che dobbiamo inquinare meno, dobbiamo pensare e mostrare una visione di futuro completa, diversa. A fronte di una riduzione del lavoro, è necessario ridurre i consumi? È sempre corretto associare la spesa in denaro dei consumi alla negatività dell’impatto ambientale? Un aumento del PIL non significa un aumento del benessere, ma nemmeno una sua diminuzione rappresenta un beneficio per le persone e per l’ambiente.

Per fare un esempio è meglio un pane industriale, dal costo sotto l’Euro al Kg, oppure un pane artigianale a km 0, integrale, che può costarne 5 volte tanto?

Probabilmente in futuro servirà sempre più adottare il principio di far pagare chi inquina, chi consuma risorse, specialmente quelle non rinnovabili.

Sarà sempre più difficile far pagare il lavoro, perché l’automazione ne ridurrà la disponibilità, ma allo stesso tempo le cose da fare non mancherebbero: la manutenzione, il bello, l’assistenza, la salute ed il benessere, la mobilità, il recupero. Se la produzione richiederà sempre meno ore uomo, ci sarà sempre più bisogno di sostenere dei costi collettivi per migliorare quello che ci circonda.

È giusto che se ne occupino direttamente le aziende (come ad esempio la Google City di San Jose), oppure è necessario un rinnovato impegno pubblico che impedisca agli interessi delle multinazionali di monopolizzare anche la politica?

Possiamo demandare il bene comune alle imprese, sperando che il loro interesse coincida con quello dei consumatori?

Ovviamente sono tutte domande retoriche, ma oggi mancano risposte politiche.

Questi temi non si possono banalizzare, né ignorare, ma allo stesso tempo dovremo cercare di tradurli in slogan semplici, per fare passare le nostre idee complesse a tutti. La politica oggi si fa con i 156 caratteri di un Tweet, non con lunghi comunicati stampa, purtroppo. Ci siamo lamentati dell’assenza dai media, ed è vero. Ma è pure vero che la nostra assenza è stata dettata da una generale mancanza di interesse rispetto a quello che dicevamo, e forse anche i nostri toni. Avessimo insultato un candidato avversario con imprecazioni stupide, avremmo avuto più successo.

Ma occorre anche un bagno nella realtà.

Ricordo che in Lombardia ha stravinto uno che ha parlato in campagna elettorale di razza bianca a rischio. A Macerata la Lega ha aumentato i propri voti una settimana dopo che un suo attivista ha sparato a degli immigrati a caso per strada.

Purtroppo, questa volta, non si poteva fare nulla.

Alessandro Ronchi

 

Rivolgo il mio ringraziamento ai candidati

per l’impegno profuso, la pazienza, il senso di responsabilità.

Appartengo al 25% dei votanti contrari alla coalizione. Non ho digerito bene e tanto meno velocemente l’esito del referendum interno, ma dopo un paio di settimane di riflessione, decisamente non facile, ho abbracciato i convincimenti di qualche “verde” forgiato da trent’anni di militanza e mi sono fidato della sua esperienza. L’esito elettorale non ha generato in me alcuna forma di pentimento rispetto alla scelta fatta. Questa legge elettorale non ci consentiva di fare altro.

Ho potuto offrire, purtroppo, un contributo modestissimo e limitato, ma l’ho fatto con reale convinzione.

Le critiche ingenerose e il livore personale, orfano di qualsiasi analisi politica seria, da parte di chi non ha mosso un dito (se non sulla tastiera) ammorbando il clima interno per due mesi e togliendo energie preziose a noi tutti, sono nulla rispetto a lavoro e all’impegno di chi porta avanti le istanze ecologiste per strada e tra la gente.

Nessuno tratta le tematiche ambientali come noi, con la nostra stessa preparazione e con la nostra esperienza, maturata nelle sedi istituzionali, nelle procure e nei tribunali. È questa la nostra forza, il nostro patrimonio, il nostro plusvalore.

Chi scimmiotta i temi ambientali da pochi mesi senza conoscere realmente le problematiche dei territori e delle comunità, sarà presto smascherato dal tecnicismo della materia e dalla complessità delle misure da intraprendere e da adottare.

Per strada e sui social non ho incrociato un solo simpatizzante concorrente politico che fosse padrone almeno della tabellina del due in materia ambientale. Non possono essere loro i nostri interlocutori, tanto meno il nostro termine di paragone.

In queste settimane ho intravisto, anche tra i Verdi, un certo numero di persone affascinate dal fenomeno grillino. Al netto delle spinte edonistiche e adulatorie, frivole e fatue come la neve in agosto, vorrei ricordare a voi tutti come i cinquestelle abbiano vandalizzato e bruciato in un sol colpo anni di evoluzione dottrinale in materia di reati ambientali, sovvertendo l’intero impianto legislativo con quel barbaro decreto sul reato di “inquinamento abusivo”. A Taranto, dove nel maggio 2015 eravamo in piena campagna elettorale per le regionali, siamo stati letteralmente “minacciati” dai grillini al fine di dissuaderci dal tenere una conferenza stampa di critica al decreto. Un loro capobastone, oggi purtroppo neo eletto al parlamento, sventolò la lista (di proscrizione) dei parlamentari che votarono giustamente contro quel provvedimento incivile. Appena due giorni dopo, in sede di udienza preliminare del processo “Ambiente Svenduto”, al termine dell’appello da parte del giudice, tutti gli avvocati difensori assaltarono la corte per avanzare istanza di revisione dei capi d’imputazione.

Ora, sia chiaro, di passare per un incompetente al cospetto di questa marmaglia di barbari, io non ci sto. No grazie. Non mi sposto di un millimetro. Rifiuto categoricamente e con tutte le mie forze ogni deriva populista che giochi al ribasso rispetto alla cultura, alla conoscenza, alla competenza, ad una corretta e completa informazione. Lo trovo antistorico, anti sociale e involutivo. Io desidero l’evoluzione del sapere e delle condizioni generali di vita, perché solo così si realizzano le migliori possibilità per ciascun individuo di muoversi agevolmente e autonomamente senza affidarsi al pensiero omogeneizzato da qualcun altro. Mi rifiuto di massificarmi, di fare sconti al mio sapere, di considerare la politica e la cultura come “cose brutte”.

Purtroppo il sentire comune e diffuso, oggi, è questo. Il pensiero unico caciarone e pecoreccio degli “honesti” va per la maggiora e risuona per strada. E lo ritroviamo amplificato, ormai, anche su testate giornalistiche e organi di informazione insospettabili. Il nostro lavoro sarà, pertanto, ancora più duro. Scegliete pure da che parte stare.

Piccola parentesi per un veloce lavaggio di panni sporchi, ovviamente con sapone ecologico: spero che “sia in ascolto” qualcuno di quei tesserati di Rimini che, per due mesi, hanno inscenato quella forma di protesta (se così si può chiamare) puerile, modaiola e pacchiana del “simbolo rovesciato”, risolvendo così, alla buona, il loro dissenso. Dal mio punto di vista, per due mesi, oltre che danneggiare la campagna, avete vandalizzato un simbolo che rappresenta un insieme di valori, avete banalizzato anni di impegno e di lotta e avete ridicolizzato i vostri compagni.

Agli aspiranti maghi che sostengono con certezza profetica che avremmo avuto un risultato “migliore” in caso di corsa in solitaria, faccio notare che vi manca la controprova e che, menar la bacchetta il giorno dopo, è una pratica spocchiosa e improduttiva.

I Verdi ci sono e ci saranno ancora. Ce lo chiede una fetta di società civile che, per quanto esigua, merita attenzione e merita una rappresentanza.

Ritengo di vitale importanza avviare due tavoli di lavoro:

1) rendere centrale e più facilmente comprensibile il tema dei vantaggi economici derivanti dagli investimenti nell’economia green. Siamo percepiti, purtroppo, come una forza politica scollata dai grandi temi sociali dell’occupazione e del reddito. È un fattore limitante che dobbiamo rimuovere subito.

2) avviare un’opera seria e metodica di avvicinamento ai giovani. In tal senso, questa campagna, ha già dato delle indicazioni precise e preziose. Nella città di Cesena ho collaborato con un gruppo di giovani Socialisti, età media vent’anni, ragazzi preparati, ragionevoli, reattivi, propositivi, fattivi. Intendo non perderli di vista. Mi assumo l’impegno di scovare e reclutare qualche giovane che voglia impegnarsi insieme a noi per garantirsi un futuro migliore. È questo, mi permetto di ricordarvelo, il nostro dovere “primario” nei confronti della nuova generazione, rispetto al quale non ci è consentito sottrarci.

Ripartiamo!

Francesco Picca

 

Vorrei ringraziare anch’io Sauro

e tutte le persone che hanno lavorato generosamente per questa avventura elettorale finita purtroppo con un pessimo risultato per la nostra lista e per tutto il centrosinistra.

Purtroppo la preoccupazione maggiore in questo momento non è tanto per noi ma per il nostro Paese che rischia concretamente di finire in mano a forze politicamente molto lontane dai nostri valori con conseguenze difficili oggi da valutare ma che sicuramente non lasciano per nulla tranquilli.

Non credo che i Verdi avessero molte alternative, l’unica scelta alternativa, a quella fatta, era rimanere fuori dalla competizione elettorale; poteva essere una scelta di dignità per lavorare ad un progetto per il futuro; la scelta fatta è stata quella di assumersi le proprie responsabilità e di fare una scelta di campo chiara.

Ho condiviso questa scelta e lo ribadisco oggi nonostante il risultato.

Non avevo molte speranze perché di esperienze di liste simili già ne avevamo fatte in questi anni e i risultati erano sempre stati disastrosi, ma questa volta la speranza era che l’ispirazione ulivista e l’appoggio esplicito di Prodi potesse dare una spinta per un risultato almeno dignitoso.

Così non è stato.

Adesso per i Verdi si apre una nuova fase di riflessione che deve partire dalla domanda di fondo se abbia ancora senso in questo Paese la presenza di una forza politica ambientalista autonoma.

Ho sperato a lungo in questi anni che si potesse aprire una fase nuova che potesse vedere l’aggregarsi attorno ad un progetto ecologista del vasto mondo che nella società si muove e lavora sui temi dello sviluppo sostenibile, del lavoro verde, della green economy, della cooperazione internazionale, della solidarietà sociale, dell’agricoltura verde, ecc.

In questo progetto i Verdi potevano mettere generosamente a disposizione il proprio patrimonio e la loro storia che ha avuto anche momenti belli e importanti.

Così non è stato e adesso temo che il tempo sia scaduto.

Credo che anche a livello personale, almeno per me così sarà, si aprirà una riflessione sul proprio impegno perché è difficile pensare che la semplice (per quanto ammirevole e dignitosa) testimonianza sia oggi ancora giustificabile di fronte ai grandi temi drammatici che abbiamo davanti e che richiedono risposte qui ed ora, a partire dai cambiamenti climatici e dalle migrazioni.

Un caro saluto a tutti!

Paolo Fontana

 

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