Macchine animali? No, Grazie. Chiudiamo i lager zootecnici: ecco un insegnamento del coronavirus.

Pubblicato da Duilio Cangiari il

Grattacieli di tredici piani per allevare maiali in Cina senza uso del suolo. Una involuzione peggiorativa delle zoopoli della val padana. Qualche decennio fa si esprimeva la giusta preoccupazione dell’estensione del nostro modello sbagliato dei consumi a Cina ed India. Ci siamo arrivati: non più biciclette ma auto, dieta iperproteica a base di carne animale, occidentale e non certo mediterranea. Un livello di inquinamento insostenibile.

Abbiamo cancellato la civiltà contadina

È il colpo di grazia a quello che restava della civiltà contadina. È la pervasività di una industrializzazione forzata e senz’anima. La distruzione di ecosistemi e di biodiversità che mette in moto patogeni finora confinati in specie isolate. Archiviato il filatoio di Gandhi, (il progetto di una società sostenibile, sobria e meno diseguale) impera, in forme diverse incarnate in popoli diversi, assorbendo il peggio delle loro tradizioni, il virus inarrestabile del turbo capitalismo. Oltre che i mercati di animali selvatici, strappati ai loro habitat con il contorno dei patogeni, virus compresi, occorrerebbe mostrare i lager zootecnici e non solo quelli cinesi. Perché se il virus  Sars CoV 2 pare sia originario di una specie di pipistrelli, ma manca la certezza dell’animale di collegamento con l’uomo, sicuramente gli allevamenti intensivi fanno da tramite per il cosiddetto spillover, il salto di specie, dato che, per loro natura sono l’habitat ideale per i virus e non solo. Non a caso si parla di influenza aviaria e influenza suina.

L’uomo antibiologico

Il medico igienista Aldo Sacchetti nei sui libri degli anni ottanta: “Sviluppo o salute: la vera alternativa” e “L’uomo antibiologico” aveva già messo a fuoco il problema. “La concentrazione, in ambiente confinato, di migliaia di capi, di diversa provenienza rappresenta, invero il terreno ideale di sviluppo per la microflora e microfauna parassitaria, rifornite in abbondanza anche attraverso i mangimi. Gli animali, sfibrati dalla cattività, dall’inibizione istintiva, dalla deviazione dei processi metabolici dovuta a farmaci e a innaturale alimentazione, devono essere mantenuti sotto un ombrello protettivo chemio-antibiotico: così come avviene con le monoculture sotto lo scudo dei pesticidi. L’effetto retroattivo è identico: la selezione di microrganismi resistenti e di virus che costringe a intensificare ed ampliare le somministrazioni farmacologiche” (Aldo Sacchetti, “L’uomo anti biologico” 1985, Feltrinelli – pag 60)

La fine del legame inscindibile agricoltura -allevamento con l’uso dei concimi chimici da una parte e con gli allevamenti senza terra dall’altro è all’origine del disastro attuale.

Lager zootecnici

La concentrazione in veri e propri lager zootecnici di animali ridotti a macchine per produrre carne o uova o latte in grandi quantità ed in tempi rapidi nega la natura biologica stessa degli animali e le loro elementari esigenze etologiche. Già la concentrazione induce malattie, figuriamoci poi le condizioni innaturali di allevamento ed una alimentazione contro natura. Ricordo la ribellione di mio padre contadino, ai primi polli alimentati con farine di pesce che puzzavano di pesce. Il caso mucca pazza, l’uso di farine animali per erbivori, ha aperto gli occhi a molti. Ma non è bastato. Le esigenze consumistiche compulsive, un abuso di carne di bassissima qualità e di basso prezzo alimentano i lager zootecnici.

Il problema dell’antibiotico resistenza

L’uso di antibiotici sia come auxinici, per un accrescimento rapido, sia come protettivi, inducono il fenomeno oggi drammatico dell’antibiotico resistenza di molti batteri. Un fenomeno sanitario che provoca in Italia almeno 10 mila morti all’anno. La stessa Unione Europea si pone l’obiettivo di ridurre l’uso degli antibiotici negli allevamenti. I residui di antibiotici, come di pesticidi si ritrovano nelle carni, nel latte, nelle uova. In qualche supermercato offrono pollo allevato senza antibiotici.

Spillover. I Lager zootecnici sono vere e proprie bombe di batteri e virus in mezzo a noi.

Scrive Aldo Sacchetti (Ibidem – pag 62) “l’espansione continua delle zoonosi (anche da listerie, micobatteri, leptospire, toxoplasmi e altri protozoii, miceti, virus) lascia intravedere che queste connoteranno sempre più nel futuro la patologia umana. E non può essere diversamente se è vero che l’epidemiologia infettiva è sempre stata sensibile alle grandi modificazioni antropologiche culturali. Il sorgere della pastorizia e dell’agricoltura, 10 – 12.000 anni fa e successivamente il formarsi di aggregati abitativi urbani, segnarono svolte storiche nella patologia da agenti biologici. L’attuale sovvertimento degli equilibri tra specie animali, ambiente e uomo è per indurre analoghe ripercussioni”.

Scrive David Quammen nel suo ormai celebre “Spillover”:

“Forse il Next Big One emergerà da una porcilaia malese, viaggerà dentro una scrofa esportata fino a Singapore e da li, come la Sars, andrà in giro per il mondo, per esempio, nei polmoni di un assistente di volo che ha mangiato il maiale in agrodolce in uno di quei ristorantini alla moda, cari come il fuoco, vicino all’hotel Raffles. Qui non si tratta più di zibetti selvatici ma di allevamenti su scala industriale. È quasi impossibile fare lo screening di tutti i maiali, manzi, polli, anatre, pecore e capre per verificare la presenza di un nuovo virus prima di averlo identificato (o almeno di aver trovato un suo parente stretto), e gli sforzi in questo senso sono solo agli inizi. Le pandemie di domani potrebbero essere nulla più di un” piccolo calo di produttività” in qualche settore zootecnico dove si pratica l’allevamento intensivo” (David Quammen, Spillover. L’evoluzione delle pandemie, 2014, Adelphi, pag. 331) L’uso dell’acqua per pulire gli escrementi e lo spandimento dei liquami propagano i patogeni nei campi e nei corsi d’acqua. L’azoto dei liquami contribuisce al riscaldamento globale. Gli allevamenti industriali producono quantità significative di gas serra responsabili del riscaldamento globale.

Una nuova cultura ecologista

Se nel mondo contadino, se pur con le sue crudeltà, l’animale era parte in qualche modo della famiglia ed il consumo di carne era saltuario e scandito da occasioni quasi rituali, oggi nella società consumistica è diventato uno standard quotidiano quasi obbligato. Serve quindi una nuova cultura per ridurre drasticamente il consumo di carne. Gli animali non sono macchine ma sono parte del vivente. Servono leggi severe per chiudere i lager zootecnici e favorire l’allevamento biologico, l’unico che rispetta gli animali. Le motivazioni igieniche, ambientali, sanitarie, etiche per chiudere i lager zootecnici sono ormai oggetto di trasmissioni televisive ed inchieste giornalistiche. Manca la decisione politica coraggiosa. Interessante ricordare che già negli anni ottanta i Verdi Italiani nascenti con un convegno a Bologna: “Macchine animali” e con una campagna conseguente avevano centrato il problema. Decenni perduti, problemi aggravati, abitudini consolidate difficili da sradicare. Ma dobbiamo provarci.

Paolo Galletti


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